Al bivio della MutAzione – Prima parte

di Michele Altomeni

Ogni rivoluzione o grande trasformazione deve fare i conti con la sua inerzia. L’umanità è composta da una minoranza di esploratori e una maggioranza di frenatori (occorre dire che non sempre i primi hanno ragione e i secondi torto). Sta di fatto che di fronte al cambiamento, anche quando questo ci appare auspicabile, prevale spesso la tendenza a mantenersi sulla strada nota.

Probabilmente la vicenda umana è un susseguirsi di rivoluzioni mai compiute. Una mappa di infinita di bivi in cui abbiamo scelto la strada maestra piuttosto che il sentiero impervio. Solo perché è mancata una piccola spinta decisiva.

Le rivoluzioni e le grandi trasformazioni che hanno cambiato la storia dell’umanità hanno spesso avuto elementi scatenanti imprevisti. In alcuni casi sono state scoperte scientifiche di cui, al momento dell’invenzione, non si erano colti la portata e gli effetti nel lungo periodo. Altre volte si è trattato di fenomeni naturali e tragedie, come carestie ed epidemie.

C’è da dire che nessun evento storico davvero rilevante nasce mai da una causa specifica. A determinarlo è sempre un’insieme di fattori inestricabili. La storia è ordita dal caos, che però la tesse intrecciando cause diverse, alcune delle quali hanno la funzione di spingerci fuori dalla strada maestra per imboccare vie inesplorate.

Ora, bisogna ammetterlo, quella che stiamo vivendo difficilmente passerà alla storia come una delle peggiori pandemie affrontate dall’umanità. Non lo è nei numeri. Ma il suo intrecciarsi con altri elementi predisposti dal caos sul banco di lavoro di questo particolare periodo storico potrebbe anche farne un detonatore sufficiente ad imprimere la spinta decisiva verso la strada nuova.

Sia chiaro, la trasformazione era già in atto da tempo, ci eravamo dentro fino al collo. Per certi versi si dipanava da decenni. Ma procedeva incerta verso il bivio, prendendo tempo, arrovellandosi sulla direzione da scegliere. Ancora una volta, ci tengo a chiarirlo, non esiste l’equazione “strada nuova=bene; strada vecchia=male”, e per quanto ci si sforzi con le arti divinatorie, anche quando sono travestite da calcoli statistici, è impossibile prevederlo. Si può tirare ad indovinare e magari anche riuscirci. Ma quella non è né scienza, né magia. E’ semplicemente culo!

Perchè questa pandemia potrebbe darci quella “piccola” spinta che origina un “grande” cambiamento, così come ci insegnano, appunto, le teorie del caos e delle catastrofi? Semplicemente perché ha spezzato un ritmo.

Viviamo di abitudini, comportamenti riflessi e reiterati, acquisiti attraverso un processo di micro-apprendimento quotidiano che per gran parte si basa sulle conferme sociali, cioè sulla tendenza ad imitare i comportamenti che vediamo negli altri e che percepiamo come socialmente accettati e condivisi. Il nostro ritmo era elevato e tendeva a non farci più pensare. Avendo scelto la velocità a discapito della profondità, il mondo attorno a noi ci è apparso sempre più complesso ed indecifrabile. Ci siamo dovuti affidare alla delega e alla specializzazione, ci siamo dovuti accontentare delle semplificazioni, sacrificando la visione d’insieme. Ci siamo focalizzati sul fare elevando l’avere a fine ultimo. Perdendo di vista il ruolo dell’essere, abbiamo smarrito il senso sia del fare che dell’avere.

La pandemia, come in certe scene di alcuni film di fantascienza, ha fermato il flusso. Nei primi giorni abbiamo vissuto il panico del vuoto. Lo abbiamo riempito con gli acquisti compulsivi nei supermercati e con Terabite di contenuti on-line. Ci siamo tutti mobilitati per colmare le nostre giornate e quelle degli altri, immaginando che la noia ci avrebbe devastati. Ma un po’ alla volta abbiamo iniziato a sentirci più stanchi e stressati di prima. Abbiamo costruito il nuovo flusso in sostituzione al precedente. Tuttavia il nuovo non è riuscito ad affermarsi subito come abitudine, e così ha lasciato interstizi di lentezza, pieghe di profondità, piccole crepe attraverso le quali abbiamo potuto scorgere il mondo fuori dal flusso.

Forse gran parte di noi non ha elaborato questa esperienza in maniera cosciente, ma in regioni più profonde della nostra mente sono avvenuti microsismi che hanno destabilizzato equilibri consolidati. Alcune domande imprigionate tra le rocce delle abitudini, delle consuetudini e delle regole sociali si sono liberate, e anche se non sono arrivate alla coscienza, in questo momento stanno vagando dentro di noi.

Era l’unico modo possibile di vivere? L’unico modo di lavorare e procurarci ciò di cui abbiamo bisogno? Erano proprio le cose di cui avevamo bisogno? Era davvero il migliore modello di economia e di società? Era l’unica strada possibile, o quel sentiero lì accanto, dissestato, poco illuminato e irto di sterpaglie…?

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