Allevamenti intensivi, conoscere per scegliere

La trasmissione “Indovina chi viene a cena” di Rai Tre ha messo nel mirino gli allevamenti animali, attirandosi duri attacchi da parte delle organizzazioni del settore.

In un precedente articolo ci siamo già occupati della puntata dedicata alle correlazioni tra gli allevamenti e la pandemia di coronavirus. La trasmissione ha poi dedicato altri due servizi alla tematica degli allevamenti. Vi invitiamo a vederle, e comunque, le abbiamo riassunte per voi in questo articolo.

1. Cosa mangeremo

2. Delicatessen

Va ricordato che gli allevamenti intensivi sono una delle cause della deforestazione e la distruzione degli habitat naturali. E anche che il consumo medio procapite di carne è di 60 kg all’anno, ma ovviamente con una distribuzione iniqua, dato che negli USA e in Australia il valore è di 120 Kg, mentre in Europa è di 80 Kg.

L’83% dei campi coltivati nel mondo sono destinati alla produzione di mangime per gli animali, con un rapporto di conversione molto negativo: con 100 g di proteine vegetali si ottengono 43 grammi di latte, 35 g di uova, 40 di pollame, 10 di maiale e 5 di bovino. Eppure c’è chi continua a giustificare gli allevamenti intensivi con la vecchia favola del contrasto alla fame nel mondo.

“Benessere animale”. Una truffa ai danni dei consumatori (e degli animali)

Negli ultimi anni, la sensibilità verso la sofferenza degli animali è cresciuta. In molti hanno scelto una dieta vegetariana o vegana. Ma anche molte tra le persone che decidono di continuare a nutrirsi di carne hanno una maggiore sensibilità rispetto alle sofferenze degli animali allevati.

Come spesso accade il mercato cerca di intercettare questi consumatori con operazioni di facciata. E la trasmissione di Sabrina Giannini ha posto la lente su una di queste operazioni.

Avrete notato che negli ultimi tempi si è sempre più diffusa sulle confezioni della carne in commercio, ma anche di altri alimenti di origine animale (ad esempio il parmigiano), la dicitura “Benessere animale”. Questa scritta dovrebbe indicare che gli allevatori hanno posto una maggiore attenzione alla qualità della vita degli animali, riducendone le sofferenze.

Peccato che non esistano un disciplinare ed un sistema di controlli serio alla base di questa dicitura, e la puntata “Delicatessen” di “Indovina chi viene a cena” lo dimostra chiaramente, visitando diversi allevamenti “certificati”.

Sono gli stessi allevatori a dichiarare che i cambiamenti effettuati per essere classificati come attenti al benessere animale sono stati nulli o ridicoli. Nella maggior parte dei casi si è trattato solo di aggiungere qualche abbeveratoio in più.

Va tenuto anche presente che molto spesso gli animali da allevamento nascono e crescono all’estero e stanno in allevamenti italiani solo per gli ultimi mesi della loro vita. Le linee guida sul benessere animale in questi casi si disinteressano totalmente sulle condizioni della prima fase di vita degli animali, e anche delle modalità in cui è avvenuto il trasposto, quasi sempre disumane.

Polli

Per l’allevamento dei polli si stanno sempre più diffondendo le strutture verticali (cioè veri e propri palazzi che si sviluppano in altezza) dove crescono fino a 350.000 animali. L’aria è garantita da ventilatori, la luce è solo quella dei led e il cibo viene dispensato da distributori automatici.

Il 90% dei polli in vendita appartiene ad un’unica razza, la Broiler, selezionata per il suo rapido accrescimento. Questi polli vivono al massimo 6 settimane, e alla fine di questo periodo non sono più in grado di reggersi in piedi a causa del peso del loro petto. Spesso hanno problemi agli organi interni. Ma anche la carne è di scarsa qualità, con meno proteine, più grassi e più collagene. Tende a sviluppare una malattia del sistema muscolare a causa della quale la carne si presenta a filamenti.

Bovini

Per quanto riguarda i bovini, la razza prevalente per la produzione del latte è la frisona, che negli anni è sempre più stata selezionata per aumentare la sua capacità produttiva, passando, in 50 anni, da una produzione di 18 litri al giorno all’attuale che si aggira tra i 33/40 litri.

Ovviamente questo superlavoro ha le sue conseguenze. Oggi una vacca da latte negli allevamenti intensivi vive al massimo 5 anni. Dopo 2 o 3 parti (senza avere mai visto un toro) diventa scarto, o meglio, materia prima per hamburger.

Anche il vitello in questi allevamenti è quasi un prodotto di scarto. Viene allevato con latte artificiale con poco ferro, così che la sua carne rimane pallida come chiede il mercato. Questi vitelli vengono spesso venduti ad allevamenti stranieri nel primissimo periodo della loro vita, per circa 50 €.

Il latte viene pagato agli allevatori intorno ai 36 centesimi al litro. La concorrenza ha spinto il prezzo alla fonte sempre più in basso, e questo ha indotto molti allevatori ad adottare sistemi di allevamento e produzione sempre più “efficienti” che ovviamente sono andati a discapito di qualunque idea di benessere degli animali.

La trasmissione ha mostrato anche come la denuncia effettuata attraverso un proprio servizio di alcuni anni fa abbia ottenuto gli effetti sperati. Aveva posto l’accento sull’utilizzo degli ormoni, causando l’apertura di un’inchiesta giudiziaria e la modifica delle norme in materia. Segno che le cose, grazie a denunce circostanziate, possono cambiare.

Per quanto riguarda gli allevamenti “certificati” per il benessere animale, i giornalisti hanno trovato box piccolissimi in cui i bovini non potevano nemmeno girare su se stessi. In alcuni casi sono state trovate vacche alla catena.

Maiali

Le situazioni peggiori sono state riscontrate negli allevamenti di maiali, ammassati in recinti in spazi talmente stretti da vivere continuamente in contatto gli uni con gli altri. A causa di questa densità molti maiali sviluppano una forma di cannibalismo che li porta a mangiarsi a vicenda code e orecchie. In molti casi, la soluzione adottata dagli allevatori è il taglio preventivo della coda e la limatura dei denti. Il tutto senza anestesia. Del resto, senza anestesia avviene anche la castrazione.

Il problema è molte di queste pratiche non avvengono in violazione delle linee guida sul benessere animale. Ossia, non stiamo parlando di allevatori che truffano un disciplinare. Semplicemente, le linee guida lo permettono.

Negli allevamenti sono state trovate colonie enormi di topi, e animali malati o morti lasciati accanto agli altri per lungo tempo.

Salmoni

Tra qualche mese sarà messo in commercio negli USA il primo cibo animale geneticamente manipolato, mentre in Europa si è deciso di attendere ancora. Si tratta di un salmone da allevamento, i cui geni sono stati modificati per ottenere una crescita 5/6 volte più veloce.

Quando pensiamo agli allevamenti intensivi di norma ci vengono in mente bovini, suini, polli… ma per i pesci le condizioni non sono diverse. I salmoni vengono allevati nei mari del nord, ammassati in vasche.

La concentrazione, come nel caso degli animali terrestri, favorisce la proliferazione di malattie e parassiti. In particolare i salmoni sono aggrediti da un pidocchio per combattere il quale vengono impiegati antiparassitari tossici per la fauna selvatica e l’ecosistema.

In Italia il consumo di salmone sta crescendo rapidamente. L’anno scorso ne abbiamo importate 100.000 tonnellate, con una crescita del 18%. Ma i consumatori non sanno che il colore rosa viene ottenuto somministrando ai salmoni un colorante senza il quale la carne sarebbe grigia. Infatti, nei salmoni selvatici, il colore deriva dal fatto che si nutrono di gamberetti. Negli allevamenti invece il mangime viene prodotto con farina di altri pesci.

Come sempre avviene negli allevamenti, la conversione di proteine è fortemente negativa: per ottenere 1 tonnellata di salmone occorrono 2/5 tonnellate di pesce selvatico utilizzato come mangime.

Altro problema relativo al salmone di allevamento è l’utilizzo di ossitocina, che è stato bandito da tempo in agricoltura. Rispetto al pesce, dopo che ricerche ne avevano rilevato una presenza massiccia, l’ossitocina è stata vietata nel 2017, ma per consentire il solito smaltimento delle scorte, sono stati lasciati 3 anni di adeguamento. Starebbero per scadere, ma si sta già parlando di proroga.

Un benessere animale, un po’ “meno peggio”

Sabrina Giannini ha visitato anche allevamenti che, pur adottando il modello intensivo, si sforzano di applicare in maniera più seria le linee guida sul benessere animale. Le condizioni, per quanto ancora criticabili, sono apparse nettamente migliori.

Questi allevamenti hanno costi di produzione superiori, e i loro prodotti arrivano sul mercato con un prezzo più alto di circa il 15%. Ma sulle confezioni, la dicitura “Benessere animale” è identica, quindi, un consumatore poco attento, tenderà a scegliere il prodotto con il prezzo più basso, con un reale danno per l’allevatore che ha cercato di fare meglio.

Le aziende biologiche

Le condizioni migliori, ovviamente, sono state riscontrate nelle aziende biologiche, dove ancora si utilizza il pascolo. Nelle nostre scelte e valutazioni vanno tenuti presenti diversi elementi. Se parliamo di latte, una mucca in un allevamento convenzionale viene stressata per produrre fino a 40 l al giorno. In un allevamento biologico siamo intorno ai 20 litri.

Diversa è anche la durata della vita. Negli allevamenti intensivi ad una mucca vengono fatti fare 2-3 parti al massimo, poi viene abbattuta e sostituita con mucche più giovani e produttive. Nell’allevamento bio visitato dalla giornalista si arrivava a 9-10 parti.

Diversa è anche l’alimentazione e la “cura”. Negli allevamenti bio, anche i mangimi devono essere di origine biologica, e rispondere a processi più naturali. Inoltre, negli allevamenti biologici è del tutto vietato l’impiego di antibiotici, a cui si fa invece ampio ricorso negli allevamenti intensivi, anche a scopo preventivo, e non solo curativo. Come sappiamo questi antibiotici arrivano all’uomo attraverso l’alimentazione, sviluppando la resistenza dei batteri che sta sempre più diventando un problema sanitario per tutti.

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