Testi sacri dell’ambientalismo – Prima parte

Rubrica
Storia dell’ambientalismo

di Michele Altomeni

Ci sono libri che fanno la storia. Anche la storia del movimento ambientalista ha alcuni testi di riferimento. Vediamone alcuni.

Nell’ultima puntata della storia dell’ambientalismo ho parlato di come i movimenti sociali diventino sempre anche esperienze di cultura popolare attraverso strumenti di formazione e informazione.

In questi percorsi un ruolo sempre molto importante è svolto dai libri, ed ovviamente sono tanti i testi che hanno contribuito alla crescita e alla diffusione del pensiero ambientalista nel corso degli anni Sessanta e Settanta, quando si è affermato a livello planetario. 

Ne voglio ricordare alcuni particolarmente significativi, che ancora oggi meritano di essere letti. E’ una rassegna breve e sicuramente incompleta, e per questo ti invito a segnalare nei commenti altri libri importanti di quel periodo.

In un articolo precedente ho già parlato di “Primavera silenziosa” di Rachel Carson e di come questo libro abbia contribuito alla crescita di un movimento popolare che ha ottenuto risultati rilevanti

I limiti dello sviluppo

Il concetto di limite era presente nel dibattito economico già nel corso dell’Ottocento, quando alcuni studiosi cominciarono a porre il problema della possibile insufficienza delle risorse disponibili per l’umanità. Queste teorie si concentravano molto sull’aspetto demografico, girando attorno al concetto di “carryng capacity” (capacità di carico), ossia la capacità di un ecosistema di soddisfare le esigenze di chi vi abita.

Anche se c’erano stati testi precedenti, quello che ricevette maggiore attenzione fu “I limiti dello sviluppo”, pubblicato nel 1972, commissionato dal Club di Roma e realizzato da un gruppo di studiosi che facevano capo al MIT (Massachusetts Institute of Technology). 

Il Club di Roma era un gruppo di alcune decine di dirigenti, imprenditori, uomini politici internazionali interessati a riflettere sul futuro e sulle sfide dell’umanità (Il Club di Roma su Wikipedia).

Lo studio metteva in guardia le istituzioni rispetto all’approssimarsi del raggiungimento del limite della capacità di carico del pianeta terra rispetto ai prelievi di risorse e le immissioni di inquinanti, invitando a porre dei limiti alla crescita della popolazione e dei consumi.

Nel 1973 arrivò la crisi petrolifera che in qualche modo avallò la tesi del rapporto. In tutti i paesi industriali furono presi provvedimenti per diminuire i consumi energetici e di petrolio e per cercare fonti energetiche alternative. Poteva essere l’inizio di una nuova politica ecologica, fu invece un’occasione persa.

Nel 1992, anno del vertice di Rio, gli stessi autori pubblicarono una nuova edizione dello studio a 20 anni dal primo, e la intitolarono “Oltre i limiti dello sviluppo” per denunciare che ormai la “capacità di carico” del pianeta era stata superata e che non si trattava più di rallentare, ma di invertire la marcia.

Ipotesi Gaia

Nel 1979 lo scienziato inglese James Lovelock pubblicò il libro “Gaia. A New Look at Life on Earth”, proponendo la cosiddetta ipotesi Gaia che, oltre a sollevare un dibattito in ambito scientifico e a fornire elementi al mondo ambientalista, divenne la base per lo sviluppo di alcuni filoni ecologisti di impronta “new age”.

Gaia è il pianeta vivente, derivato dal nome della dea greca della terra, nota anche come Gea. L’ipotesi formulata da Lovelock è che il pianeta Terra, nel suo insieme, costituisca un grande organismo vivente, in cui gli oceani, i mari, l’atmosfera, la crosta terrestre e tutte le altre componenti geofisiche interagiscono tra loro, come avviene ad esempio nel corpo umano, per mantenere le condizioni idonee alla presenza della vita. Grazie a questa dinamica, la temperatura, lo stato d’ossidazione, l’acidità, la salinità e altri parametri chimico-fisici fondamentali per la presenza della vita sulla terra, mantengono valori costanti all’interno di quelle ristrette fasce che consentono la conservazione della vita.

Il meccanismo si basa su un continuo processo di feedback attivo, per cui al variare di una condizione, le varie componenti reagiscono per ripristinare l’equilibrio. Ma come avviene per gli altri organismi, non si tratta di un processo puramente conservativo, ma anche evolutivo, per cui l’insieme della vita si trasforma nel tempo.

L’essere umano è una delle componenti di questo grande sistema, e contribuisce alla sua trasformazione ed evoluzione. Grazie all’organizzazione sociale l’uomo è in grado di produrre modifiche a livello globale applicando nuove tecnologie e queste azioni sono spesso ecologicamente disastrose. Lovelock osserva come la storia dell’umanità sia caratterizzata dal ripetersi di periodi di grande sviluppo tecnologico rapido che  conducono a catastrofi ecologiche a cui seguono periodi abbastanza lunghi di stabilità e coesistenza con un nuovo ecosistema modificato. In un certo senso, per Lovelock, questa dinamica fa parte del sistema di evoluzione di Gaia, anche se da un lato disturba la biosfera e dall’altro crea problemi all’umanità stessa  che, di fronte ai cambiamenti, tende a rimpiangere la situazione precedente.

In questo senso Lovelock rappresenta un ambientalista anomalo. Non crede che l’umanità possa retrocedere rispetto al proprio sviluppo tecnologico, ma pone le speranze in un “movimento tecnologico alternativo e appropriato”. Inoltre ripone molta fiducia in un processo di progressiva informazione della popolazione sulle problematiche ambientali, il quale può produrre importanti cambiamenti nelle scelte sociali.

In anni più recenti James Lovelock è tornato sulle sue teorie in maniera abbastanza contraddittoria. Nel 2006 ha pubblicato “La rivincita di Gaia”, in cui afferma che ormai è troppo tardi per evitare un considerevole riscaldamento globale che renderà una parte del pianeta invivibile e inospitale per gli esseri viventi. Al contempo sostiene e propone l’energia nucleare come soluzione a breve termine.

Successivamente ha modificato ancora il suo pensiero, affermando di essere stato troppo catastrofista e che in realtà non ci saranno gli sconvolgimenti climatici previsti.

La teoria di Lovelock è alla base anche di pensatori dell’ambientalismo contemporaneo, come Giuseppe Barbiero con la sua “Ecologia affettiva” di cui abbiamo parlato qui.

Al di là delle successive evoluzioni del pensiero di Lovelock, che sicuramente hanno lasciato segni meno profondi, l’ipotesi Gaia rappresenta una delle teorie più affascinanti dell’ecologismo moderno, che lo riconnette, su basi scientifiche, con il pensiero antico e con varie tradizioni. Elemento che si ritroverà in altri testi di grande diffusione, come “Il Tao delle Fisica” di Fritjof Capra, pubblicato nel 1975, ma diventato famoso in anni successivi (in Italia, con la ristampa del 1989).

Ma di questo parlerò nella prossima puntata!

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