Che bella figuraccia – Impresa-corpo

di Manuela Martella

Per fare un poema dadaista.

Prendete un giornale. Prendete delle forbici. Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che contate di dare al vostro poema. Ritagliate l’articolo. Ritagliate quindi con cura ognuna delle parole che formano questo articolo e mettetele in un sacco. Agitate piano. Tirate fuori quindi ogni ritaglio, uno dopo l’altro, disponendoli nell’ordine in cui hanno lasciato il sacco. Copiate coscienziosamente. Il poema vi assomiglierà. Ed eccovi “uno scrittore infinitamente originale e d’una sensibilità affascinante, sebbene incompresa dall’uomo della strada”.

        – Tristan Tzara

 

Che bella figuraccia

A cosa serve imparare?Che bella figuraccia 2

Sin dai primi tempi, l’apprendimento ha assicurato la sopravvivenza della specie umana. Passando ai giorni nostri, assicura la sopravvivenza sociale dell’individuo, forse.
Siamo abituati a considerare l’uomo allo stato grezzo, che grazie ad un percorso di perfezionamento raggiunge una posizione considerata utile nella società e lo allontana dal suo essere primitivo. Il grado di maestria che raggiunge nel suo mestiere gli procura un riconoscimento, che si basa sul paragone di ciò che viene definito come “bello”.

Anche l’artista sin dalle prime Accademie d’arte apprende a rispondere ai codici di bellezza di una cultura e di un’istituzione. S’installa un elitarismo per differenziarsi da un saper fare mediocre e amatoriale. Di conseguenza, l’errore, la sbavatura, la grossolanità diventano sinonimi di pigrizia, debolezza, deficienza o stupidaggine. La maldestrezza, che emerge da una disabilità, un’insicurezza emotiva o da un atto di sovversione dell’autorità, rimane un’inconveniente sociale e fonte di disagio.

La goffaggine è concessa solo al Clown, un personaggio che ci diverte e ci affascina, forse proprio perché ci rispecchia la nostra profonda natura imperfetta e risveglia quella nostalgia di concederci spazi di autenticità dove poter sbavare, inciampare e scarabocchiare quando e quanto ci pare. Nel nostro linguaggio corrente, però, il pagliaccio rimane un riferimento a un modo comportamentale tipico di una persona poco credibile.

Ma dove si ricongiunge il desiderio di poter esprimere la propria individualità con il bisogno di appartenenza sociale?

La destrezza è legata strettamente alla mano. Come spiega Victoria Lacombe, non diremmo mai che una macchina sia abile o sia maldestra, ma piuttosto che è precisa o ben programmata, oppure che ha un errore di programmazione. La goffaggine è dunque un atto fisico solitamente involontario e inaspettato e strettamente legato alle circostanze e al caso.

I dadaisti intorno agli anni 20’ e la corrente Fluxus degli anni 60’ ricercavano l’imperfezione per reintrodurre una vivacità e una spontaneità nell’arte e nella società. L’errore della mano ci ricorda l’aspetto vulnerabile dell’essere umano e risveglia in noi la volontà di riconquistare il diritto di poter sbagliare. Un disarmo interiore che permetta di riconoscere nello “sbaglio” un affermazione personale inconfondibile, liberatoria e non di rado commovente.

 

A cosa serve imparare, se non a disimparare?

L’idea che i nostri modi di fare possano non avere una corrispondenza nei canoni prestabiliti, ci lascia spesso disorientati. Robert Filliou e George Brecht, membri del movimento Fluxus, videro invece nel concetto di disapprendimento un progetto educativo e una rieducazione antiautoritaria.

Non dimentichiamo, però, che ogni trasgressione dei codici può crearne dei nuovi, altrettanto autoritari. Infatti, molti artisti moderni e contemporanei, hanno elevato l’errore a una maestria. Sviluppando degli stratagemmi per provocare un gesto spontaneo, mettono in conto l’errore come strumento di creatività e di innovazione.

Non sarà il rifiuto dell’apprendimento, e tanto meno la sacralizzazione dell’errore a liberarci. Ma l’oscillazione continua tra disapprendimento e riapprendimento di uno sguardo nuovo e innocente sulle cose. Liberarsi del conosciuto, come direbbe Krishnamurti. Riconoscere l’utilità di un gesto abile e allo stesso tempo scuotere la comodità in cui tende a reinstallarsi come abitudine.

Conquistiamoci una nuova visione, che dia tanto valore all’ingenuità quanto alla maestria, purché una faccia rima con l’altra.

 

 

Fonti:

La maladresse dans l’art contemporain, Editions L’Harmattan, 2015

In collaborazione con Francesco Mezzanotti

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