Che tipo di persone vogliamo diventare?

di Michele Altomeni – Cooperatore sociale

Le crisi sono spartiacque perché ci pongono di fronte a scelte radicali. In questi giorni si riflette molto sulle decisioni che dovremo assumere a livello politico, economico e sociale, ma tutte queste scelte non possono che essere il riflesso di come questa crisi ci trasformerà a livello individuale. Cioè delle scelte che faremo di fronte ai nostri spartiacque personali. La situazione che viviamo da questo punto di vista è un’occasione preziosa per osservare, onestamente, e magari sospendendo il giudizio, alcune nostre dinamiche interne.

Iperconnessi e distanziati

Distanziamento sociale è una delle espressioni chiave di questa vicenda. Con le misure di prevenzione il tessuto sociale si è frammentato in nuclei. I nostri volti, coperti da mascherine, si sono fatti inespressivi anche nelle poche occasioni di incontro legate alla necessità.

Per reazione c’è stato un riversamento del “contatto” sui canali telematici. Sui social e sulle varie piattaforme si sono ridefiniti i rapporti amicali e familiari, ma anche quelli legati alle attività lavorative, scolastiche e del cosiddetto tempo libero (palestre, società sportive, intrattenimenti culturali…).

A ben guardare, non c’è nulla di nuovo. L’emergenza e la necessità non hanno fatto altro che precipitare una tendenza da tempo in atto. Prima del virus ci potevamo toccare e abbracciare, ma avevamo già perso il desiderio ed il piacere di farlo. Ed eravamo già a buon punto nella “digitalizzazione” dei rapporti umani. Già da tempo eravamo iperconnessi e distanziati.

Privazione e desiderio

Come spesso accade, la privazione è alla base del desiderio, anche di quello effimero. Da sempre di questo vive il nostro modello economico: indurre l’idea della mancanza per stimolare bisogni. Così, l’idea di non poter uscire ha rivitalizzato il desiderio di attività fisiche all’aperto, di portare i bambini a giocare nei parchi, di accompagnare i cani per i loro bisogni e fare acquisti, anche in chi, prima della privazione, viveva queste come incombenze e scocciature.

Allo stesso modo, rispetto a quanto detto al punto precedente, il distanziamento sociale, trasformandosi da scelta in obbligo, ci sta restituendo il desiderio di vicinanza umana, fuori dalla mediazione tecnologica.

Sarebbe bene approfittare di queste giornate per stilare l’elenco delle cose di cui sentiamo la mancanza. Potrebbe essere un modo per ri-scoprire i nostri desideri autentici, quelli di norma sacrificati a beneficio dei bisogni indotti.

Rabbia e solidarietà

Il pericolo genera paure, e la paura stimola in maniera diversa i nostri sistemi di pensiero. Secondo alcuni studiosi di neuroscienze il nostro cervello è in realtà la sintesi di tre diversi cervelli che lavorano ciascuno a suo modo. Per semplicità, ci limitiamo qui ai due “estremi”. Il cervello primitivo, che reagisce agli stimoli con puro istinto di sopravvivenza, in situazioni di pericolo genera reazioni aggressive o di fuga, esprimendosi attraverso la rabbia e la violenza. Il cervello neocorticale, sede della razionalità, rielabora e comprende che di fronte ad un pericolo comune e di grandi dimensioni, la reazione individuale è perdente, e cerca soluzioni solidali.

Sono due (tre) sistemi di pensiero, ma costituiscono insieme la persona, e in situazioni come queste, in cui ci spingono in direzioni opposte, ci fanno apparire incoerenti. Così è facile, dentro questa crisi, come in altre, ritrovarci ad altalenare tra rabbia e solidarietà. Ed è altrettanto facile provare vero e proprio odio verso una famiglia che porta i bambini a giocare al parco ignorando le direttive, e in un momento diverso, elaborare complesse autogiustificazioni per portare fuori i propri figli.

Anche in questo caso non siamo di fronte ad un fenomeno indotto dalla pandemia, ma solo ad una sua evidenziazione. Questa ambivalenza di fronte alle regole del vivere comune è tipico del popolo italiano, sempre pronto a scagliare la prima pietra senza farsi mai veri esami di coscienza.

Sono solo tre aspetti, e ce ne sono sicuramente tanti altri su cui metterci in discussione. Ma possono costituire un buon inizio per chiederci, in maniera non superficiale, chi siamo e chi vorremmo essere davvero. Solo così cominceremo a creare basi solide per chiederci (e chiedere) che società siamo, e che comunità vogliamo diventare.

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