Chi se ne frega della biodiversità!?

Si sente un gran parlare di biodiversità. Ma che ce ne frega a noi? Che cosa ha a che fare con la nostra vita? E, a dirla tutta, che roba è?

Bene, forse è il caso di conoscere le risposte a queste domande, perché potremo scoprire che la biodiversità ha molto a che fare con noi, con il nostro benessere, la nostra salute, la possibilità di nutrirci e molto altro.

Biodiversità è l’abbreviazione del termine “diversità biologica”, usato per la prima volta da Walter G. Rosen nel 1985. Pochi anni dopo, nel 1992, è stata riconosciuta come uno degli assi strategici del “Vertice della Terra” di Rio de Janeiro, durante il quale è stata adottata la Convenzione sulla Biodiversità”. Era il 22 maggio, che infatti, per l’ONU è ancora oggi la Giornata Mondiale della Biodiversità.

All’interno della Convenzione, la biodiversità è definita come “la variabilità tra gli organismi viventi di tutti i tipi, includendo ecosistemi terrestri, marini ed altri acquatici, ed i complessi ecologici di cui essi fanno parte; questo comprende anche la diversità all’interno della specie”.

Insomma, biodiversità sta ad indicare la varietà delle forme di vita esistenti, le differenze di specie, di varietà e genetiche, occupandosi delle interazioni che avvengono tra queste diversità.

Quindi, roba da ambientalisti preoccupati per le sorti del panda?

Non proprio. Vediamo perché la biodiversità dovrebbe interessarti anche se provi una viscerale antipatia per il panda e l’ornitorinco.

La biodiversità è alla base della medicina

Le foreste pluviali tropicali sono il più grande serbatoio di elementi impiegati oggi per la produzione di farmaci. Vengono da lì circa 200 principi attivi utilizzati per le più svariate medicine.

L’ente governativo degli Stati Uniti dedicato alla lotta contro il cancro ha individuato 1.400 specie tipiche delle foreste tropicali che contengono sostanze utili contro il cancro. Più di 70.000 specie di piante sono usate nella medicina tradizionale e moderna. E questo nonostante meno dell’1 per cento delle piante tropicali sono state testate finora dagli scienziati.

La biodiversità è fonte di cibo e di sapori

Gli indigeni della foresta tropicale si nutrono abitualmente di 2000 varietà di frutti commestibili. Noi occidentali ne usiamo 30. 10.000 anni fa la popolazione umana si nutriva di 5.000 diverse specie di piante. Fino a qualche decennio fa, in Europa, se ne coltivavano diffusamente circa 2000. Oggi l’alimentazione si basa su 150 piante, e all’interno di queste varietà il 50% è rappresentato da tre specie (grano, riso e mais). Questo dato esemplifica meglio di qualunque altro come ci siamo impoveriti dal punto di vista della biodiversità. L’agricoltura moderna, basata sulla selezione di poche specie e sulla loro ibridazione ha portato ad una forte riduzione delle varietà coltivate. Molte varietà di frutti, verdure e cereali sono ormai specie in via di estinzione, mentre noi acquistiamo al supermercato l’uva del Cile e l’aglio cinese.

Secondo alcuni studi anche la diffusione della celiachia sarebbe collegata alla massiccia standardizzazione del cibo. Avevamo a disposizione centinaia di varietà di grano, ma da decenni ne mangiamo solo una, e questo è uno dei fattori noti scatenanti di intolleranze.

La standardizzazione è anche causa della perdita dei sapori caratteristici degli alimenti a cui man mano rinunciamo. Per fare fronte a questo impoverimento, l’industria alimentare ricorre spesso all’impiego massiccio di aromi artificiali, spesso ben poco salutari.

La biodiversità protegge la nostra salute

Senza rendercene conto, abbiamo sperimentato l’importanza della biodiversità anche durante la pandemia di coronavirus, così come di fronte ad ogni altra minaccia patogena. Infatti è grazie alla diversità genetica se batteri o virus, anche quando si diffondono parecchio, riescono ad infettare solo una parte della popolazione. In assenza di diversità genetica, un singolo agente patogeno potrebbe sterminare un’intera specie.

La storia ci offre numerosi casi che stanno ad indicare l’importanza di questo valore. Vediamone alcuni. 

Pensiamo alla carestia che si verificò in Irlanda nel XIX secolo: la patata, importata dal Nuovo Mondo, era in breve tempo diventata un alimento base degli irlandesi, soprattutto dei più poveri. Ma di questi tuberi venivano coltivate pochissime varietà che si rivelarono particolarmente vulnerabili ad un morbo che comparve nel 1845 e resistette per 5 anni. Solo quando i ricercatori trovarono nelle Ande una nuova varietà di patate resistente alla malattia fu possibile riprendere la coltivazione, ma nel frattempo era morto più di un milione di persone a causa della carestia e tante altre erano state costrette ad emigrare in Nord America.

Pochi anni dopo in Brasile andò distrutta metà dell’intero raccolto di caffè, basato su un’unica varietà importata dall’Indonesia. Agli inizi degli anni ’70 negli USA una malattia distrusse, per lo stesso motivo, gran parte del raccolto di mais. In Danimarca qualche anno fa ci si è resi conto che un quinto delle mucche del paese soffrivano di malattie cardiache: tutte le mucche danesi discendevano da soli 5 tori, uno dei quali era malato al cuore.

La biodiversità è fonte di ricchezza

Qualche ente di ricerca si è anche preso la briga di calcolare il valore economico delle aree verdi del pianeta, stimandolo in 130 miliardi di dollari l’anno, cioè quanto le riserve di oro di Francia e Svizzera messe insieme.

Non è molto diverso dal calcolare quanti euro vale una madre, un figlio o un amico, ma può servire a rendere l’idea per qualche mente ormai incapace di percepire la differenza tra valore e valuta.

L’ecosistema offre all’umanità servizi innumerevoli, e questi sono strettamente legati alla biodiversità. Basti pensare alle materie prime di origine naturale, come legname, selvaggina, prodotti agricoli, allevamento, produzioni tipiche e tanto altro. Oltre a questo va considerato il valore del paesaggio, della fauna e della flora.

La biodiversità contrasta i cambiamenti climatici

È scientificamente dimostrato che il ripristino di aree ad alto tasso di biodiversità contribuisce all’assorbimento di CO2, contrastando così i cambiamenti climatici. Un ettaro di foresta può ospitare oltre 750 specie di alberi e 1.500 specie di altre piante e arbusti.

Meglio ancora che ripristinare, è importante tutelare e proteggere le aree verdi tropicali. Anche se in realtà sta avvenendo il contrario.

Qualche numero

Ora dovrebbe essere chiaro cosa ha a che fare la biodiversità con ognuno di noi, e perché dovremmo preoccuparci della sua riduzione. Abbiamo già accennato alcuni dati, ora vediamone alcuno altri: la trasformazione degli ambienti naturali da parte dell’uomo ha causato la perdita del 60% del numero di vertebrati in tutto il mondo a partire dal 1970.

La perdita di biodiversità causata dalle attività antropiche ha effetti di lunga durata, spesso permanenti. Il 75% dell’ambiente terrestre e circa il 66% dell’ambiente marino sono stati modificati in modo significativo: circa 51 milioni di km2 sono stati convertiti in agricoltura e 40 milioni sono utilizzati per il pascolo. In più, quasi il 75% delle risorse di acqua dolce è destinato alla produzione di colture o bestiame.

La sostanziale trasformazione di foreste, zone umide, praterie e altri ecosistemi ha prodotto un calo del 60% del numero di vertebrati in tutto il mondo a partire dal 1970, con le maggiori perdite negli habitat di acqua dolce (83%). Non a caso, gli scienziati concordano nel ritenere che un tasso di estinzione così alto e accelerato stia di fatto provocando la sesta estinzione di massa a livello globale.

Giornata mondiale della biodiversità

Attraverso la giornata mondiale della biodiversità, ogni 22 maggio, le Nazioni Unite dicono di voler spronare iniziative di cooperazione internazionale a protezione di questa risorsa.

Il segretario generale dell’Assemblea dell’ONU, Antonio Guterres, in occasione della giornata mondiale del 2020, ha dichiarato che “preservare e gestire in modo sostenibile la biodiversità è necessario per mitigare la disgregazione climatica, garantendo sicurezza idrica e alimentare, e anche prevenendo le pandemie”.

Per Guterres, infatti, l’emergenza coronavirus ha dimostrato come l’interesse per la salute dell’uomo sia intimamente connesso con la nostra relazione con la natura. Inoltre ha sottolineato che, così come aumenta il numero di specie a rischio, questo rischio includa sempre di più la stessa umanità.

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