I primi passi dell’ambientalismo. Dal Medioevo alla scienza moderna

di Michele Altomeni

Da dove nasce la tua sensibilità per l’ambiente? Sicuramente dentro di te, ma non solo. Dietro di noi c’è una storia fatta di persone e di comunità che merita di essere raccontata e ricordata. 

Ecco perchè abbiamo deciso di raccontare una storia dell’ambientalismo chiedendo anche a te di partecipare lasciando commenti, idee ed informazioni.

La prima puntata puoi leggerla qui.

Siamo nel Medioevo. Servono materiali, pietre e metalli. Si scavano miniere per procurarli e per alimentare queste attività serve tanto legname. Sono attività inquinati e inquineranno ancora di più quando il carbone inizierà a sostituire il legname.

Alcuni pensano che siano le idee a fare la storia. Altri ritengono che le idee siano solo il riflesso di processi che seguono altre logiche. In tutti i casi, le idee ci aiutano a capire i grandi passaggi della storia. Così dobbiamo soffermarci su un passaggio cruciale avvenuto alla fine del XVII secolo, quando la visione del mondo occidentale cambiò profondamente. 

Principali interpreti di una nuova visione del mondo furono personaggi come Galielo, Cartesio e Newton che diedero vita alla moderna visione scientifica. Le grandi idee sono dispettose, hanno un volto luminoso e uno oscuro. Il lato luminoso è ben descritto nei libri di scuola, in questa sede ci fermiamo un attimo su quello oscuro. 

Secondo questa nuova visione scientifica del mondo, la natura è una grande macchina dominata da regole matematiche, e la matematica è il linguaggio con attraverso cui svelarne ogni segreto. Altro principio è che la realtà non può essere compresa nella sua complessità: lo studioso deve sezionarla e tentare di comprenderla per parti separate. Infine, lo studioso, per capire la natura, deve porsi come parte esterna e separata.

Così si afferma l’idea che tenere conto della complessità ostacola la conoscenza e allo stesso tempo, la scienza moderna, rinuncia a tutti quegli aspetti della natura che non sono quantificabili: le qualità non sono oggettive perchè dipendono dai nostri apparati percettivi. 

Un po’ alla volta, questo modo di interpretare il mondo viene applicato ad ogni altro campo di studio, dalla fisica alla chimica, dalla biologia alla psicologia e alle scienze sociali, fino a superare i confini della scienza diventare uno schema culturale che ha dominato tutta la cultura occidentale. 

Carolyn Merchant

Solo in tempi molto recenti questa schema è stato messo fortemente in discussione e grandi scienziati contemporanei hanno cominciato a criticare il “riduzionismo scientifico” che ci fa perdere la visione d’insieme della realtà, i legami che le cose e gli eventi hanno tra di loro e con noi umani.

In questa visione del mondo la scienza non è solo il modo di comprendere la realtà, ma anche lo strumento attraverso cui sottoporre e dominare la natura. Francesco Bacone (1561-1626), contemporaneo di Galielo Galilei, lo aveva già detto chiaramente, e una lettura interessante ce la offre la studiosa Carolyn Merchant, nel suo libro “La morte della natura”, con cui mette in evidenza come a partire da Bacone la scienza assuma una caratteristica radicalmente manipolativa, e come questo sia evidente nel linguaggio violento del monaco inglese, secondo il quale la natura doveva essere “costretta a servire”, “resa schiava”, e il ruolo dello scienziato è di “estorcerle con la tortura i suoi segreti”. La Merchant evidenzia come Bacone identifichi la natura con il femminile, e su questa riservi l’ideologia violentemente maschilista e misogina degli ambienti religiosi del suo tempo. Nel Novum Organum Scientiarum (1620) scrisse: “La natura è una donna pubblica; noi dobbiamo domarla, penetrarne i segreti e incatenarla secondo i nostri desideri”.

Su questa nuova ideologia si fonda la modernità occidentale, su di essa si è realizzato quello che oggi chiamiamo sviluppo, con tutte le sue conseguenze, compresa la crisi ecologica.

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