De-soggettivazione foucoultiana: la portata euristica dell’oblio

di Melissa Vallesi

Michel_FoucaultMichel Foucault si dichiarava antifilosofo, avverso alle etichette e rivendicava per sé la pratica effettiva del filosofare. Influenzato dalla criticità di Kant e dalle posizioni “irregolari” della cultura (i poeti, gli esteti come Blanchot, Bataille, Bachelard, Rimbaud, Nietzsche) ha vissuto il suo filosofare come una vera e propria esperienza esplosiva, anche a livello esistenziale: scrive guidato dall’idea di un lavoro-esperienza.

Scrivere è cambiare se stessi e non pensare più la stessa cosa di prima. Perciò, il più grande insegnamento ottenuto fu l’impresa de-soggettivante. De-soggettivazione sta per “esperienza-limite”: il soggetto deve “strapparsi” a se stesso in modo da essere altro da sé per giungere all’annullamento e alla dissociazione.

Attenzione: siamo sempre a livello del linguaggio, si sta parlando di soggetto e non di essere umano. Dunque nessun invito alla pazzia o al nichilismo, anzi, in Foucault l’oblio ha portata euristica: ricercare le condizioni di possibilità storiche, quindi pratiche, che hanno reso possibili i discorsi di potere, cioè gli ordini costituiti.

Il sapere è il processo attraverso cui il soggetto si trova modificato dal lavoro che compie per conoscere, quindi dal rapporto che intrattiene con la verità, o giochi di verità. Analizzando i criteri di razionalità interni alle discipline teoriche o discorsi scientifici, emergeranno le condizioni di possibilità storiche di quegli stessi enunciati quali funzioni di soggetto e di oggetto.

Gli enunciati provengono dal non-luogo del linguaggio, il livello del «si dice» dove continuamente si plasma il soggetto storico. In Foucault il lavoro filosofico diventa l’«interrogazione continuamente ripresa al fine di sapere come il pensiero possa essere sotto la specie del non-pensante»1.

Filosofare è stare sulle frontiere e mantenere un’estrema attenzione nei confronti del “discorso scientifico”, il discorso di verità, che si innesca in una spirale sapere-potere.

ReteIl punto cruciale è: se l’uomo ha ridotto le “esperienze-limite” (i non-luoghi) quali la follia, la morte, il crimine, a oggetti di conoscenza grazie al discorso scientifico “su di essi”, indagare le condizioni di possibilità storiche di questi stessi enunciati scientifici equivale a smascherare i sistemi di potere sottostanti comprendendo quali siano le loro stesse condizioni di possibilità.

Nei giochi di verità, il soggetto non può che essere una funzione vuota, l’“il y a” nella lingua francese, il “c’è”, il si impersonale, il posto lasciato libero dal sapere senza soggetto. Questa funzione vuota può essere ricoperta da individui, fino ad un certo punto differenti, quando vanno a formulare l’enunciato. Scomparso il soggetto, emergono allora le strutture come insiemi di procedure mobili, instabili, in continua trasformazione, unità di senso e centri di forza.

Come unità di senso e centro di forza, il sistema fa sì che il discorso non abbia effetti di potere in base alla sua struttura razionale ma grazie alla posizione assunta dal soggetto che lo pronuncia.

Ritorna la figura del grottesco, quale discorso o individuo che detiene per statuto degli effetti di potere di cui, per sua qualità intrinseca, dovrebbe essere privato. Nel sistema della giustizia francese infatti, i rapporti e le testimonianze della polizia detenevano una sorta di privilegio, i loro enunciati possedevano specifici effetti di verità giudiziaria, una sovralegalità.

Anche se col rischio di mostrarci soltanto la pars denstruens del suo pensiero, Foucault non ha elaborato teorie, ma un metodo e degli strumenti critici coi quali affrontare i giochi di potere che ci costituiscono come soggetti. Con una “prudente” libertà di contestazione filosofica che non sfocia né in un’anarchia (altro cieco effetto del potere), né in un “sinistrismo infantile”, egli fa esplodere le strutture scoprendo, sotto la distruzione, lo spazio fervente di altri discorsi.

Fonti

Foucault, Le mots e le choses, tr. it. cit., p. 349