Il dialogo interculturale: differenze che mettono in relazione.

di Melissa Vallesi

Dialogo (2)Quando il dialogo tra culture maschera una relazione di potere? Nel momento in cui la persona di fronte a me perde la sua alterità, il suo essere molto di più rispetto all’idea che posso averne.

Se comprendere equivale ad assimilare l’altro nelle mie categorie e trasformarlo in oggetto da manipolare e dominare, allora il dialogo è irrimediabilmente falsato perché già precostituito: io identifico e nessuno parla!

Allora che si fa? Assolutismo? Relativismo? Frammentarismo?

«Il dialogo […] non esiste per convertire un altro, per evangelizzare; non è solamente un metodo per conoscere l’altro e il suo punto di vista, e non è neppure un test per misurare meglio la sua abilità dialettica».

Raimond Pannikkar ci invita ad interrogare la persona di fronte a noi nella sua integralità ed esistenziale diversità, nel suo mito.

Non possiamo prescindere dall’orizzonte culturale in cui siamo nati e vissuti. La diversità esistenziale è imprescindibile e non è una favola, bensì il mito, il racconto, l’esperienza vitale e originale attraverso cui una civiltà soddisfa nel tempo bisogni religiosi ed esigenze etiche e morali.

Il dialogo interculturale è sorretto da un pensiero simbolico (che l’occidente relega invece alla sola sfera artistica): «Il dialogo è fondamentalmente l’apertura di me stesso ad un altro […] è un modo di conoscermi e di districare la mia opinione personale dalle opinioni altrui e anche da me stesso, poiché si trova incagliata così profondamente nelle mie radici che mi riesce del tutto impossibile scorgerla».

Il dialogo interculturale è dialogale perché confida nell’altro, quale elemento indispensabile e personale nella nostra comune ricerca della verità, poiché non sono un individuo autonomo e autosufficiente.

Continuerò a servirmi del mio linguaggio e della mia razionalità, ma nel dialogo oltrepasserò l’ambito della mia cultura individuale entrando già nel campo interculturale che, a volte, contribuisco io stessa a cercare e che per questo non posso padroneggiare come qualcosa di già acquisito nella storia della mia cultura.

Il dialogo interculturale evita il dualismo soggettivo-oggettivo:

  • non è soggettivo, perché entrambi i dialoganti si servono del pensiero razionale.

Non si prescinde dal pensiero razionale (logos) che veicola il mito, impedendogli di degenerare nel fanatismo, cioè in credenza «cieca»;

  • non è oggettivo, perché nessuno può ergere la propria opinione a verità assoluta.

Nell’incontro ci interroghiamo sempre all’interno di un orizzonte culturale e non in un terreno puro e assoluto.

VoltoDal momento che non possiamo decidere da soli quali siano le domande fondamentali, la filosofia interculturale ha una funzione di metodo e di sorveglianza sulle false forme di dialogo entro le quali si celano nuove e più sofisticate tecniche di nascondimento, di violenza, di falsi assolutismi e inevitabili relativismi.

«È l’altro che, attraverso il nostro incontro, risveglia questa profondità umana latente in me in uno sforzo che oltrepassa entrambi. In un dialogo autentico questo processo è reciproco».

Il dialogo diventa in Pannikkar atto religioso per eccellenza, poiché riconosce la mia religatio a un altro, la mia povertà individuale, il bisogno di uscire da me stessa, di auto-trascendermi per potermi salvare.

 

 

Fonti

  1. Panikkar, Mito, Fede ed Ermeneutica, titolo originale Myth, Faith and Hermeneutics, traduzione dall’inglese di Silvia Costantino, edizione italiana a cura di Milena Carrara Pavan, Jaca Book, Milano, 2000.