Ecologia e regimi: il periodo fascista

di Michele Altomeni

Con la nostra storia dell’ambientalismo ci occupiamo oggi del periodo fascista. Il regime adottò alcune misure che oggi potrebbero essere considerate ecologiste, ma le motivazioni spesso erano altre.

Nelle scorse settimana abbiamo iniziato a raccontare la storia dell’ambientalismo, per offrire spunti e suggestioni alle generazioni attuali che proseguono sullo stesso cammino. 

Nelle prime tre puntate, che puoi rileggere qui, abbiamo percorso diversi secoli a grandi falcate. Ora, arrivati al XX secolo, proseguiamo un po’ più lenti, addentrandoci in un periodo oscuro della nostra storia recente, quello delle dittature.

Durante il regime fascista sono state adottate politiche che alcuni tendono a rileggere oggi come scelte ambientaliste, ma in realtà avevano motivazioni diverse.

Una di queste politiche è l’autarchia che mirava a produrre all’interno del Paese tutto ciò che era possibile per ridurre la dipendenza dal commercio internazionale. Per certi versi questa scelta può richiamare la filosofia del Km 0, o comunque della minore circolazione delle merci con tutte le sue conseguenze in termini di emissioni di gas serra e consumo di risorse. Tuttavia il regime prese questa strada come risposta alle sanzioni economiche, quali il blocco del commercio d’armi, imposte dalla Società delle Nazioni in seguito all’invasione dell’Etiopia. Quando le sanzioni furono cancellate l’Italia decise di proseguire sulla strada intrapresa anche in una logica di propaganda

In pratica, la politica dell’autarchia non nasceva da preoccupazioni ecologiche, tant’è vero che la ricerca di alternative ai prodotti di importazione portò allo sviluppo di materiali e sistemi anche molto inquinanti. E’ proprio in quegli anni che si diffuse la produzione di PVC, dei PCB (policlorobifenili) e dell’Eternit, considerati autarchici per eccellenza. 

Altre politiche che oggi possono essere interpretate come ambientaliste riguardano un certo impegno nella lotta contro lo spreco e l’invito al recupero domestico di ogni scarto, e l’avvio di un dibattito pubblico sui biocarburanti e sulle energie alternative. Anche in questo caso, più che di una sensibilità ecologica, si trattava di esigenze economiche, ma bisogna riconoscere che lo sforzo messo in campo sul piano della ricerca in quegli anni produsse una serie di invenzioni e scoperte che avrebbero poi contribuito al successivo boom economico post-bellico.

Sull’obiettivo dell’autarchia si mosse con tutta la sua forza l’imponente macchina della propaganda fascista, creando organismi deputati, iniziative di comunicazione e materiali informativi. È interessante rileggere l’opuscolo “Non sprecate” pubblicato nel 1941 che fornisce tutta una serie di consigli che sembrano usciti dagli attuali manuali di ecologia domestica.

Se sei curioso, puoi scaricarlo qui

Occorre ricordare che l’autarchia, normalmente associata ai regimi autoritari, in quegli anni fu presa in considerazione anche da altri paesi. Lo stesso Keynes, a seguito della crisi del 1929, con intenti ben più positivi, scrisse:

“Io inclino a credere che, una volta che il periodo di transizione sia compiuto, una certa dose di autarchia e di isolamento economico tra le nazioni, superiore a quello che esisteva nel 1914, può servire piuttosto che danneggiare la causa della pace”

Ma tutto ciò sarebbe stato spazzato via dall’aggressiva imposizione delle teorie liberiste nel dopoguerra e dal petrolio del Piano Marshall.

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