Era davvero quella l’emergenza?

di Davide Guidi – Attivista sociale

Scrivo queste note in un giorno di aprile, in cui le persone decedute positive al coronavirus hanno toccato – nel mondo – quota 45.000, ovvero quasi quanti ogni due giorni ne muoiono per fame (fonte Nazioni Unite).

Scrivo queste note con enorme senso di gratitudine per tutti i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari, gli addetti alla pulizie dei reparti ospedalieri e quanti operano in strutture di accoglienza per anziani, per persone fragili, malate, in difficoltà.

Scrivo queste note precisando che condivido i provvedimenti di distanziamento sociale decretati dal Governo per queste settimane, volte a limitare il contagio e dilazionare nel tempo il numero dei pazienti per evitare un picco concentrato in un breve lasso temporale che nessun sistema sanitario sarebbe in grado di gestire.

In momenti come questo è però quantomai necessario un approccio razionale, che non ceda all’emotività del momento, soprattutto per chi ha responsabilità di governo. E allora cosi ci dicono le statistiche e i numeri, senza dimenticare ovviamente che dietro ogni numero c’è una persona e ci sono tante storie?

Ci dicono che in Italia mediamente muoiono ogni anno circa 650.000 persone, quasi 1.800 ogni giorno (fonte Istat), che nel 2016 sono morte per infezioni contratte negli ospedali circa 49.000 persone (fonte Osservatorio nazionale sulla salute), che per influenza e cause correlate ne muoiono circa 10.000 (fonte Istituto Superiore di Sanità) e di polmonite circa 13.000 (fonte Istat).

Ad oggi risultano morte in Italia circa 13.000 persone positive al coronavirus, mentre appare fuori controllo la verifica reale del numero dei contagiati. Ipotesi, anche in ambito medico-scientifico, ne determinano il numero in 1 milione, dieci volte i contagiati ufficiali ad oggi, che fisserebbe la letalità del Coronavirus a un tasso di circa l’ 1,25% dei malati, tasso coerente con i dati che arrivano ad esempio da Cina o Corea del Sud. Un dato certo, invece, è quello delle persone decedute positive al coronavirus (13.000 appunto), che portano la mortalità italiana (ovvero il rapporto fra deceduti e popolazione totale) allo 0,02%.

Ce la faremo. Di certo ce la faremo con una rinnovata modalità di informare, che non sia orientata allo scoop, al sensazionalismo, al conformismo e all’emotività del momento, bensì alla ricerca di equilibri, verità, approfondimenti.

Di certo ce la faremo con una buona politica attiva non solo nelle emergenze, ma sempre pronta ad agire per tutelare, sostenere e garantire pari opportunità alla parte più fragile e in difficoltà della popolazione.

La più grande trasformazione la vedremo nelle politiche sanitarie. Assisteremo ad un potenziamento della sanità pubblica – da troppi anni depotenziata a vantaggio di quella privata – in termini di personale, strumentazione medica, ramificazione territoriale, anche grazie alla nuova consapevolezza che sarà essa a proteggerci al meglio nell’eventualità di emergenze sanitarie come quella che stiamo attraversando.

Come dopo ogni emergenza, sarà lo Stato a farsi carico di politiche volte ad una redistribuzione della ricchezza, attraverso azioni di giustizia fiscale e creazione di posti di lavoro orientati alla sostenibilità ambientale e al benessere sociale. Se ognuno starà bene, staremo meglio tutti.

Sarà necessario anche rivedere le priorità. A partire da una seria valutazione sulle spese militari, che in Italia nel 2019 sono state di 25 miliardi, rivedendo il concetto stesso di cosa significhi oggi difendere la popolazione. Chi sono i nostri nemici? Le armi sono davvero l’unico strumento? E’ possibile immaginare una forma di difesa civile, non armata e al servizio della popolazione?

E anche altre narrazioni, infine, non saranno più le stesse. Una su tutte: ci si chiederà, a breve, la legittimità dell’urgenza della questione migratoria, cavallo di battaglia di una certa politica alla ricerca di facile consenso attraverso la creazione di immotivate paure e l’utilizzo strumentale di dati e numeri. Con una domanda semplice, quasi tenera: era davvero quella, la vera emergenza?

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