Eroi ed eroine al pubblico servizio

di Simona Ricci – Sindacalista CGIL

Molti, e meglio di me, hanno detto del linguaggio guerresco utilizzato in questi giorni di emergenza sanitaria. Hanno analizzato gli effetti, assai nefasti, di questa narrazione, non solo mediatica, che, unita ai sentimenti di paura e al contesto di isolamento in cui ciascuno e ciascuna di noi è costretto, rischia di cambiare profondamente e, forse, irreversibilmente, il nostro modo di percepire il tempo in cui viviamo.

Molti, e meglio di me, hanno detto del linguaggio guerresco utilizzato in questi giorni di emergenza sanitaria. Hanno analizzato gli effetti, assai nefasti, di questa narrazione, non solo mediatica, che, unita ai sentimenti di paura e al contesto di isolamento in cui ciascuno e ciascuna di noi è costretto, rischia di cambiare profondamente e, forse, irreversibilmente, il nostro modo di percepire il tempo in cui viviamo.

Anche solo per questa ragione, ogni spazio utile per un pensiero alternativo e lungimirante, è il benvenuto. Della narrazione che si fa del Servizio Sanitario Nazionale in questi giorni, sicuramente amplificata dall’emergenza sanitaria, dalla sofferenza e dalle paure delle persone, colpisce l’iconografia degli operatori del Servizio Sanitario Nazionale, spesso rappresentati e definiti eroi ed eroine. Sicuramente coraggio e abnegazione, caratteristiche di ogni definizione di eroe o eroina, non fanno loro difetto. Sprezzo del pericolo? Non credo, dal mio punto di osservazione privilegiato, in tutti i sensi, quello di sindacalista che prova a tutelare, in questi giorni terribili, il personale dei servizi sanitari e sociali, vedo persone fragili, impaurite, emotivamente provate, spesso costrette ad operare senza dispositivi di protezione individuali adeguati, 8000 sono gli operatori contagiati e troppi sono coloro che ci hanno lasciato la vita.

Anche per questo preferisco riflettere, utilizzando il linguaggio crudo della realtà, su quello che eravamo prima dell’emergenza e su quello che potremmo diventare se solo imparassimo a ragionare e ad agire pensando ai servizi pubblici e ai diritti di cittadinanza ad essi collegati, il diritto alla salute sopra ogni cosa, come beni comuni, come qualcosa che ci riguarda, come qualcosa che non è dato per sempre e che proprio per questo va difeso e va aiutato a cambiare e a migliorare.

Prima dell’emergenza il Servizio Sanitario Nazionale era allo stremo, 37 miliardi sottratti al suo finanziamento in soli dieci anni, sacrificato sull’altare del debito pubblico e dei tagli lineari alla spesa pubblica, per qualcosa che di lineare non ha nulla perché sono i più fragili che hanno bisogno del pubblico e l’utilità di un sistema pubblico, adeguatamente finanziato ed efficace, è direttamente proporzionale alla condizione di bisogno di ciascuno di noi. Il SSN è quello che ha pagato più di ogni altro il prezzo della precarietà del lavoro, quello del blocco delle assunzioni e del blocco dei rinnovi contrattuali, 10 anni senza rinnovo. I dipendenti della sanità privata, quella for profit, da 13 anni aspettano l’adeguamento del loro stipendio. Eppure, nonostante questo, la narrazione che si faceva del Servizio Sanitario Nazionale era perlopiù concentrata sul malfunzionamento, sulle liste di attesa, sui privilegi, sulle baronie, tutto vero, mai però sulle persone che ci lavorano. Ad oggi, mentre scrivo, per questi “eroi ed eroine”, al di là dei ringraziamenti, anche pubblici delle istituzioni, non c’è nulla.

Quando finirà l’emergenza, perché finirà, quanto e come sarà cambiata la percezione collettiva di questo servizio pubblico fondamentale? Quanto e come sarà cambiata la nostra idea sulla privatizzazione spinta del diritto alla salute che in questi anni ci è stata venduta come qualcosa di ineluttabile? Quanto e come sarà cambiato il nostro grado di accettazione del fatto che sul diritto alla salute si possa fare profitto, spesso sulla pelle di chi ci lavora? E infine, riusciremo, finalmente, a dare valore, in tutti i sensi anche retribuendolo dignitosamente, al lavoro di chi si prende cura degli altri, che si tratti della salute, dell’educazione, dell’assistenza?

Riusciremo a pensare, uomini e donne, al lavoro di cura, complessivamente inteso, come qualcosa che ci riguarda tutte e tutti e non come un ambito di segregazione professionale in cui un genere, quello femminile, debba stare confinato per “natura” e, per questo, mal retribuito?

Riuscirà, il virus, a “mutarci” in tal senso?

Sono domande, queste, dalla cui risposta dipende molta parte della nostra possibilità, come singoli, come comunità, anche statuale, di uscire migliori di come siamo entrati nell’emergenza.

Un pensiero su “Eroi ed eroine al pubblico servizio


  1. …di solito l’homo sapens non ha risposto positivamente allelezioni della Storia… però “spes ultima dea”…

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