L’etica come cura del tempo

di Melissa Vallesi

“And did you exchangeEtica

a walk on part in the war for a lead role in a cage?”

Pink Floyd, Wish you were here
L’etica può essere una cura del tempo perché educa infinitamente il modo di porsi verso se stessi nell’abitare il mondo e nel goderlo.

Educa la libertà di essere, di dire e di fare di fronte ad altri, mantenendo lo spazio del mistero non ponderabile e non afferrabile.

Lontana da ogni relativismo, l’etica grida l’urgenza di un patto antico col Bene che orienta il pensiero in un’ottica di qualità piuttosto che di quantità.

 

Quando assumiamo un atteggiamento utilitarista che analizza, anticipa, possiede e sfrutta l’altro o addirittura siamo totalmente indifferenti verso l’altro,  il tempo della relazione si riduce al tempo astratto degli orologi. La quantità spazza via la qualità: possiamo controllare e stare sicuri, non rischiamo di scoprirci vulnerabili.

Il rapporto o il non rapporto con l’altro, si riflette anche nel rapporto distorto col tempo, che diventa nemico da combattere, da fuggire o qualcosa da riempire, inseguire o strumentalizzare.

Etica2Il modo di percepire e vivere (o forse, non vivere) il tempo, potrebbe essere il punto di partenza per capire il tipo di relazione o non-relazione che abbiamo con gli altri.

 

Siamo sempre più dis-abituati all’esperienza della pazienza come prossimità, silenzio etico di relazione che rispetta le differenze, fonte della vera ricchezza!

È nel come che il tempo si lascia abitare. Quando ci imbattiamo nella sofferenza, nell’ingiustizia, in un atto di carità, nella bellezza di un volto, nell’innocenza di un bambino, in un sorriso sarcastico piuttosto che ammaliante, siamo feriti, distolti dalla routine. In quel preciso istante, l’Io si contrae (senza annullarsi) e riesce ad abitare la socialità.

Il tempo acquisisce durata e il presente si dilata diventando spazio abitabile. Abitare questo spazio implica dirsi, donare il proprio tempo, stare in ascolto e soprattutto esporsi all’altro come atto di responsabilità nel presente stesso e verso il presente dell’altro (che può sederci vicino, abitare lontano o non essere ancora nato).

Qual è la cifra di questa responsabilità? Non siamo responsabili degli altri perché abbiamo fatto qualcosa, perché siamo cittadini sottoposti alla legge o perché ci conviene.

Siamo responsabili ancor prima di tutto ciò: l’incontro con il volto dell’altro porta con sé un surplus che è traccia dell’Infinito.

La coscienza scova in se stessa la traccia di un passato immemorabile, senza tempo, infinito: siamo responsabili semplicemente perché siamo unici. Non possiamo essere sostituiti da qualcun’altro nella responsabilità.

Lucia, Federico, Marta, sono unici e chiamati in prima persona alla responsabilità antica, immemorabile, nei confronti del prossimo. La responsabilità li costituisce come persone ancor prima del godimento del mondo, del fatto di avere una certo status sociale ed economico.

 

Rispondere alla voce del prossimo inaugura il dialogo infinito come ricerca congiunta del comune e del diverso: dialogando riconosciamo implicitamente o esplicitamente di non essere monadi autosufficienti.

Dirsi e disdirsi. Abitare, godere il mondo da prospettive diverse. Confrontarsi, esporsi, lasciare che l’altro si affacci e ci metta in questione per rompere la clessidra di un tempo fittizio, non umano.

 

 

 

 

Fonti

 

  1. Lévinas, Totalité et infini, Paris, M. Nijhoff, The Hague, 1971; tr. it. di A. Dell’Asta, Totalità e infinito, Milano, Jaka Book, 1977.

 

  1. Lévinas, Ethique et infini. Dialogues avec Philippe Nemo, Paris, Libraire Arthème Fayard et Radio-France, 1982.

 

  1. Bergson, L’évolution créatrice, Paris, Prasses Universitaries de France, 1941; tr. it. di F. Polidori, L’evoluzione creatrice, Milano, Cortina Editore, 2002.

 

  1. Freire, Educaçâo come pràtica de liberdade, 1973; a cura di L. Bimbi, Milano, Arnoldo Mondadori, 1973.

 

  1. Panikkar, L’altro come esperienza di rivelazione. Dialogo con Achille Rossi, Cooperativa L’Altrapagina, 2008.