Gli insegnamenti di questo tempo (di coronavirus), e il contributo dei cattolici.

di Gabriele Darpetti

Leggendo i tanti commenti che sono apparsi sui social in questi giorni, ho tratto alcune prime considerazioni, di ciò che ci dovrebbe insegnare questo tempo “sospeso” a causa del coronavirus.

Diciamo sempre che la salute è un bene essenziale ma poi nelle decisioni politiche, e personali, di ogni giorno non applichiamo mai questo principio alla lettera.

C’è sempre qualcosa d’altro da salvaguardare, come l’economia, la finanza, la creazione di consenso politico, il potere sulle altre persone, gli interessi di parte. Magari siamo consapevoli che “eticamente” queste cose non vengono prima della salute, ma nei fatti ci comportiamo come se lo fossero.

Ne sono una dimostrazione palese le obiezioni “corporative” di alcuni settori alla chiusura delle attività produttive, o le diatribe tra “poteri” diversi per affermare i propri punti di vista e guadagnare visibilità e consensi.

Il valore della vita di ogni singola vita umana, in tempi straordinari o di emergenza, non viene considerato se non all’interno di un ragionamento che valuta in generale costi e benefici, accettando tra i costi, anche la perdita di alcune vite umane.

E’ questa una logica prettamente “aziendalista”, cioè economica, anche se applicata ad interi paesi o nazioni.

La perdita dei legami comunitari aumenta la consapevolezza del “non senso” della vita individuale. L’uomo non è fatto per vivere solo, ma per stare in relazione con gli altri. In una situazione come quella attuale diventa evidente che siamo tutti legati gli uni agli altri, anzi di più: siamo dipendenti gli uni dagli altri, e la complessità della nostra vita sociale aumenta i rischi collettivi (in poche settimane, un virus è arrivato da una zona della Cina in tutto il mondo).

Non basta “consumare”, il consumismo non risolve tutti i problemi, ed il motivo dei tardivi provvedimenti governativi, è la paura di abbandonare questo “idolo”. Le sue “certezze” non sono più così rassicuranti, e gli assalti ai supermercati dei primi giorni sono la dimostrazione di quanto il nostro subconscio lo abbia profondamente metabolizzato. Non sarà il consumismo a salvarci ma la solidarietà, la fraternità, la gratuità. Ci si accorge che la libertà senza freni dell’uomo “consumatore” diventa un ostacolo, un limite alla sicurezza (anche sanitaria) collettiva. Quindi, alla ripresa, occorrerà chiedere con forza di utilizzare la leva fiscale per finanziare il welfare e non per “sostenere i consumi”, come immagino sarà il “mantra” dei prossimi giorni, finanziando le imprese. Le imprese le finanzierà il mercato.

Anche le società più tecnologicamente avanzate o più ricche, in termini di Pil, o più potenti, militarmente parlando, sono fragili e vulnerabili esattamente come le altre, e basta un “semplice” virus influenzale un pò più potente del solito, e nessuno è più al riparo. E non servono i muri, non servono le barriere doganali, non servono le prove di forza.

Il bene della terra è anche il nostro bene. In questi giorni appaiono studi che legano la diffusione del virus al tasso di inquinamento dell’aria. Al di là del fatto che scientificamente devono ancora essere dimostrati, già il nostro buon senso dovrebbe dirci che la salute del pianeta, intesa come salubrità dell’aria, dell’acqua e della terra, sia legata alla salute dell’uomo. Come possiamo pensare che l’alterazione degli eco sistemi naturali, che i grandi incendi delle foreste dell’Amazzonia e dell’Australia (in dimensioni mai viste finora), che l’aumento esponenziale dei grandi allevamenti, con un uso intensivo di antibiotici, e che il trasferimento costante da un Paese all’altro di alimenti sempre più “modificati”, non siano inter-agenti con le nostre vite in un mondo sempre più interconnesso?

Nessuno può essere autosufficiente ed in questi casi riscopriamo il valore e l’importanza delle Istituzioni Pubbliche (Autorità governative e locali, forze dell’ordine, ecc.) e degli strumenti comunitari che abbiamo creato (ospedali, università e centri di ricerca, centri studi, ecc.) che vengono prima delle istituzioni economiche e finanziarie (anche se saranno importanti anche quelle nella seconda fase) purchè siano ben regolate e rispondano alle necessità del bene comune, e non di una parte, altrimenti aumenteranno danno su danno.

La comunicazione andrebbe meglio regolata. Oggi ciascuno di noi è in balia di voci e notizie in cui è difficile districarsi. Spesso notizie senza alcun fondamento scacciano la verità o la annacquano nel chiacchiericcio fine a se stesso, che ci disorienta. Tutti riciclano tutto, senza pudore o verifica, aumentando la confusione e lo smarrimento, e spesso promuovendo un “senso di angoscia collettiva” che poi dovremo affidare a psicologi e psicoterapeuti.

Ma tutti sentiamo il bisogno di essere ascoltati e l’abbondanza di messaggi e video, inviati tramite i social media, ne è una palese dimostrazione, che rimanda al desiderio di essere “confermati” nella nostra quotidiana esistenza (io esisto se gli altri mi vedono e ascoltano), e ci riporta alla nostra essenza di “uomini relazionali”.

Se rimanessimo soli impazziremmo. Emblematico, a questo proposito, l’atteggiamento del naufrago Tom Hanks nel film Cast Away che trasforma un pallone sgonfio in una figura “umana” con cui parlare da cui essere ascoltato.

Da questo periodo usciremo con più paure del contatto con il diverso, con colui che non è strettamente nella nostra abituale cerchia di relazioni. Questa paura avrà l’effetto di inaridire il nostro desiderio di incontrare altre persone lontane dai nostri standard, almeno per un pò. Conseguentemente saremo, collettivamente parlando, più chiusi e più nazionalisti?

L’antidoto dei cattolici. A queste paure, l’essere cattolici, può rappresentare un antidoto, visto che essere cattolico vuol dire essere “universale”, e il cattolico pone al centro la persona, ogni persona, e i popoli, riconoscendo nell’altro (ogni “altro”) il prossimo a cui volere bene?

Se la vita di fede e le responsabilità pubbliche tornerano ad essere inseparabili, la creatività dei cattolici dovrà essere messa in campo per reinventare modalità di partecipazione alla vita politica e sociale inclusivi, dove sia possibile fare cose insieme, rivitalizzando gli spazi pubblici delle comunità e dei territori, per parlare del futuro con il contributo di tutti, nessuno escluso.

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