Il non-luogo del linguaggio: l’insurrezione del sapere.

di Melissa Vallesi

magritte_pipeGiorni fa parlavo con un mio “caro vecchio interlocutore” di linguaggio. Egli sosteneva: «capita che la gente stringa amicizia, viva tutta la vita nel fraintendimento… La differenza sta fra il denunciare la mancanza di coesione nel linguaggio o continuare ad andare avanti così. Il linguaggio non conta… o meglio, conta ma questo fa dell’atto di comunicazione un errore sistematico».

Non gli do tutti i torti… anche perché non mi spiegherei i fiumi di parole che servono non tanto a metterci d’accordo, quanto a capirci.

Ma riconoscere l’errore nel linguaggio non indica forse la possibilità di nuovi discorsi possibili? Che senso avrebbe indagare le condizioni di possibilità dei discorsi costituiti (episteme) di una società se ciò non portasse a nuovi discorsi possibili? A nuovi modi di essere in rapporto con se stessi, con gli altri e con la storia?

Parallelamente alla grande libertà d’informazione e di espressione assistiamo ad una forte omologazione culturale e mediatica. Paradosso: più siamo liberi di esprimerci nella rete, nella società, più siamo soggetti al potere della rete e della società stessa.

 

Non liquidiamo la questione dicendo che nel momento in cui entriamo a far parte dlinguaggioi una comunità siamo contemporaneamente soggetti attivi e passivi, che dobbiamo sottostare a regole e giochi di verità, quindi di potere.

Pensiamo piuttosto il paradosso come una discontinuità, il non-luogo del linguaggio che dobbiamo abitare criticamente non per restarci, ma per aprire la strada a nuovi discorsi possibili che possano esprimerci nella nostra diversità e unicità.

Viviamo in una società della conoscenza e per questo la alimentiamo. Siamo la società della conoscenza. Grazie ad internet e al know-how tecnologico, condividiamo grandi quantità di informazioni, contenuti, idee, immagini, musica, articoli, libri, momenti di vita, emozioni.

La condivisione virtuale però rischia di essere pervasiva e capillare. Condivisione inevitabile, necessaria, quasi imposta. Tutto ciò risuona sempre più come omologazione nella quale compiamo un eccesso di legittima difesa: più alimentiamo la dimensione virtuale, più sentiamo il bisogno di essere noi stessi, di dimostrare di essere autentici, unici.

Pensiamo anche al rito digitale del Seppukoo (il suicidio nel mondo del web 2.0), una soluzione estrema adottata da chi è stanco del digitale e dell’invasione della privacy.

Rischiamo dunque di essere soltanto una società della conoscenza? Qual è il senso del condividere?

Non intendo denigrare le potenzialità genuine dei nuovi metodi di condivisione della conoscenza, ma credo che queste siano solo un aspetto dell’essenza umana. Di fronte alla scientificità della società della conoscenza dobbiamo assumere un atteggiamento di anti-scienza ponendo attenzione ai frammenti, alle insurrezioni di sapere che conducono una lotta contro gli effetti di potere centralizzatori.

Condividere allora ha un senso molto più profondo della semplice condivisione virtuale di saperi riconosciuti. Condividere è atteggiamento critico, un’«indagine storica attraverso gli eventi che ci hanno condotto a costituirci e a riconoscerci come soggetti di ciò che facciamo, pensiamo e diciamo»1.

Allora occorre sì riconoscere l’errore e minare il presente, ma per liberarlo!

La posta in gioco è sapere in quale misura il lavoro di pensare la propria storia può liberare il pensiero da ciò che esso pensa silenziosamente e permettergli di pensare in modo diverso. Per capire come l’essere umano si rappresenta occorre procedere per rotture, discontinuità e non secondo l’idea di un processo di perfezione crescente.

Fonti

  1. V. Sorrentino, Michel Foucault. Antologia, cit., pp. 229-230
  2. M. Foucault, Questo non è una pipa, Milano, 1988
  3. M. Foucault, Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, BUR, 1998