Infanzia e inserimento lavorativo: due aree critiche nell’emergenza Covid-19

di Marco Gargiulo – Presidente del Consorzio Nazionale Idee in Rete

La pandemia non è solo come un problema sanitario ed economico, ma può lasciare sul campo una pesante eredità dal punto di vista sociale, in particolare per i bambini e per i lavoratori più deboli. Qualche proposta concreta su cosa fare.

Ciò che sta accadendo nel nostro Paese dal 21 febbraio (data del primo focolaio esploso nel lodigiano), è qualcosa di veramente inimmaginabile. Da quel giorno, nel giro di poco più di un paio di settimane, ci siamo ritrovati immersi un regime di sospensione assolutamente inedito, un tempo scandito da una pandemia che ha determinato una escalation involutiva e destabilizzante su tre dimensioni essenziali, tutte interconnesse tra loro: la crisi del sistema sanitario, peraltro esplosa con drammatica virulenza proprio nella regione “modello” sotto questo profilo, la crisi economica provocata dall’interruzione ex abrupto di moltissime attività lavorative, la crisi sociale che rischia di essere la vera, pesante, eredità di questa pandemia con gravi ricadute soprattutto sui bambini e sulle fasce più deboli. Qualche proposta concreta su cosa fare.

Questa emergenza, infatti, avrà senz’altro effetti negativi sul piano economico, determinando nuove povertà, ma ne avrà di significative anche e soprattutto sul piano sociale, sia perché creerà nuove condizioni di marginalità, sia perché potrebbe modificare fortemente la percezione delle nostre relazioni e della nostra libertà.

I bambini nella crisi

Il Covid-19, in primo luogo, sta incidendo sul profilo generazionale di molte comunità, strappando ad esse oltre ventimila cittadini – in grande maggioranza nostri genitori o nonni – ma questa pandemia sta incidendo pesantemente anche sulla Costituzione materiale del nostro Paese e, tra i vivi, quelli che ne stanno pagando le maggiori conseguenze sono i bambini.

I minori stanno attraversando questa emergenza in solitudine e in cattività, con situazioni di grande disuguaglianza e diversità dal punto di vista delle condizioni abitative (per diversi bambini la casa non è un luogo sicuro e confortevole), del clima familiare che si trovano a vivere senza sosta durante l’intera giornata, della possibilità di accedere all’utilizzo di mezzi e tecnologie di comunicazione, nel diritto allo studio, alla cultura e alla socialità. Con riferimento, ad esempio, alla possibilità di fruire della didattica online e al netto delle disuguaglianze determinate dalla diversa dinamicità delle scuole nell’attivarla, va tenuto conto che nell’ultimo aggiornamento dell’AGCOM (ottobre 2019) soltanto il 36,8% delle famiglie italiane era raggiunto dalla banda ultralarga, sempre più necessaria per una adeguata connessione ai servizi internet.

Le progressive reiterazioni dello stop ogni due settimane, l’avere sostituito – non solo nei primi giorni del montare dell’emergenza, ma ormai in via permanente – la pianificazione ragionata e condivisa di come affrontare la crisi e di come uscirne, con la retorica del lockdown – dal #iorestoacasa al #andràtuttobene  (slogan buono per farsi coraggio, mentre almeno da chi governa ci si aspetterebbe un piano), hanno rappresentato un elemento di disorientamento, generando infine l’angosciante sensazione che nessuno, a livello governativo, abbia chiaro quale sia il percorso da proporre per avviarsi verso il superamento della crisi. Alla fine, pur avendo effetti in termini di morbilità e mortalità simili ad altri Stati, siamo il Paese che in Europa ha chiuso per primo le scuole e, con molta probabilità, sarà l’ultimo a riaprirle.

In questo scenario, se in linea generale le varie forme di Didattica a Distanza sono state messe in piedi in tutta fretta e a macchia di leopardo in tutto il Paese, per i bambini in età prescolare 3-6 anni questa segregazione sociale rischia di determinare condizioni di isolamento anche peggiori perché, per le scuole materne in moltissimi casi, non sono nemmeno previste le forme alternative di didattica a distanza. Del resto, siamo tutti felici che finalmente anche in Italia vi sia stata una improvvisa accelerazione verso la rivoluzione digitale (anche se dispiace debba essere stato un virus a determinarla), ma l’educazione è essenzialmente relazione e in una condizione di segregazione sociale anche il digitale, alla lunga, finisce per mostrare tutti i suoi limiti.

La fascia 0 – 6 inoltre, rischia di ritrovarsi ulteriormente penalizzata anche dal prossimo autunno – quando si spera saremo entrati nella cosiddetta fase di convivenza con il virus – sia perché nei nidi e nelle scuole materne l’utilizzo dei dispositivi di sicurezza e le forme di distanziamento sociale saranno comunque difficili da far rispettare, sia perché il reale rischio che ci troviamo di fronte è che, a settembre, il numero dei posti nei servizi per l’infanzia potrebbe essere molto inferiore a quello attuale (già di per sé insufficiente e troppo oneroso per molte famiglie).

Il lockdown delle scuole e dei servizi per l’infanzia che in alcune zone del nostro territorio è partito già dalla seconda metà di febbraio, infatti, ha causato, sta tuttora causando e – ormai è certo – causerà almeno fino alla fine dell’estate un sostanziale crollo del fatturato per le cooperative che gestiscono questi servizi. Molte di queste imprese sociali sono piccole cooperative, spesso specializzate su questo specifico ramo d’impresa e senza altre significative attività imprenditoriali, in tanti casi poco o scarsamente patrimonializzate.

Queste cooperative, se non si interviene in qualche modo, a settembre rischiano di essere già chiuse, con loro, di essere chiusi i servizi che gestivano determinando, in questo modo, un duplice danno: la riduzione dei posti nido sul territorio e la conseguente difficoltà, in particolare per molte donne, di poter conciliare la vita familiare con l’attività lavorativa. Una prima parziale soluzione potrebbe essere individuata nel rendere immediatamente disponibili le risorse del Piano per il sistema integrato 0 – 6, per intervenire nella copertura di quei costi gestionali fissi che maturano ugualmente anche se i nidi rimangono vuoti, come in effetti lo sono da oltre un mese. Tuttavia questa rischia di essere una coperta troppo corta se non la si integra con altre risorse.

La proposta: “Fee for Future”. La proposta è semplice: la destinazione di un 4×1000 dell’IRPEF come “Fee For Future” o l’istituzione di una “Tax for Future”, con una logica non tanto diversa, quest’ultima, da quella che nel 1996 venne istituita dal Governo Prodi per consentire all’Italia di rientrare nei parametri di Maastricht prima dell’introduzione dell’Euro. Prevedere l’introduzione o di un prelievo fiscale straordinario, universale e una tantum o, in alternativa, di una piccola quota dell’IRPEF (ad esempio il 4×1000 garantirebbe un “tesoretto” di circa 400 milioni di euro), anche questa una tantum e da erogare in anticipo, finalizzata a garantire il mantenimento di alcuni diritti fondamentali per le nuove generazioni. Diritti che, a seguito dell’emergenza COVID-19, rischiano di subire una forte regressione. In particolare, queste risorse dovrebbero essere finalizzate a:

  1. garantire il diritto all’istruzione e all’educazione per tutti i bambini. Con l’emergenza che stiamo vivendo, l’accesso all’educazione e allo studio rischiano di diventare un diritto negato per molti bambini che già si trovano a vivere una condizione di isolamento, proprio nella stagione più determinante per il loro sviluppo umano. Prevedere lo stanziamento di risorse per non lasciare, davvero, nessun minore indietro, intervenendo nel colmare almeno quelle situazioni di digital divide di primo livello(assenza di banda larga fissa ad almeno 2 megabit) ancora presenti nel nostro Paese e riducendo fortemente il digital dividedi secondo livello (assenza banda ultralarga);
  2. garantire e, possibilmente, potenziare i servizi educativi 0 – 6 anni che, a seguito del mancato introito a partire da febbraio e per i prossimi mesi, rischiano di chiudere definitivamente determinando un duplice danno: la riduzione dei posti nido sul territorio, la conseguente difficoltà per molte donne di poter conciliare vita familiare con attività lavorativa. In questo senso le risorse economiche recuperate potrebbero essere destinate a garantire il riconoscimento dei costi generali e di struttura dei servizi per l’infanzia 0-6 in modo tale da consentire, alla riapertura, che gli attuali gestori possano riprendere l’attività senza insostenibili sofferenze finanziarie.

Queste risorse potrebbero essere integrate ulteriormente con politiche di give back che si sono già sperimentate in questa fase, ad esempio, nella raccolta di donazione per oltre 50 milioni di euro che sono stati utilizzati per costruire il nuovo ospedale alla Fiera di Milano (ospedale costruito in tempi record, un vero e proprio gioiello che però, ad oggi, resta vuoto e che probabilmente nemmeno servirà più).

Il lavoro per le persone svantaggiate

Tornando alla riflessione iniziale – gli strascichi sul tessuto sociale della pandemia – mai come oggi è necessario rilanciare il ruolo chiave che in Italia potranno avere, subito dopo l’emergenza, i soggetti imprenditoriali a vocazione inclusiva per eccellenza, le Cooperative Sociali di tipo B.

In questo momento si può stimare la presenza di 5 milioni di lavoratori italiani che, avendo un lavoro in nero, si troveranno dopo questa emergenza in una condizione ancor più marginale. Insieme a questi ultimi, vanno aggiunti coloro che lavorano nella cosiddetta “economia dei lavoretti” (gig economy) senza alcuna protezione sociale.

È più che mai urgente elaborare proposte per favorire percorsi dignitosi e liberanti di inclusione socio lavorativa per queste persone che, se dovessero perdere anche questo treno, rischierebbero di rimanere per sempre imprigionate nelle dinamiche di sfruttamento e di sottoproletariato tipiche del lavoro nero o della gig economy.

La proposta. Il nostro Paese potrebbe cogliere questa occasione per avviare un processo di riconoscimento e certificazione delle competenze in contesti formali, non formali (sono gli apprendimenti intenzionali acquisiti tramite attività di tirocinio, volontariato, etc.) e informali (sono gli apprendimenti non intenzionali acquisiti in contesti familiari, indirettamente nei contesti lavorativi o nel tempo libero). Questa possibilità consentirebbe di sfruttare alla massima potenza la vocazione all’inclusività delle cooperative sociali di inserimento lavorativo che rappresentano le uniche realtà imprenditoriali capaci di includere, oltre agli svantaggiati riconosciuti dall’art. 4 L.381, anche tutte le persone che da questa crisi si troveranno a vivere (ancora o per la prima volta) una condizione di marginalità e povertà. Questo garantirebbe al tempo stesso:

  • la stabilizzazione grazie all’emersione del lavoro nero;
  • percorsi individualizzati di formazione qualificata (magri nell’ambito di percorsi di presa in carico come quelli finanziati da PON Inclusione e PON Metro) per colmare eventuali lacune e assicurare una qualifica, contribuendo a rimediare circa le lacune di molti giovani in seguito a percorsi di drop out;
  • l’acquisizione di informazioni circa la sicurezza sui luoghi di lavoro che certamente dovrebbe rappresentare un modulo obbligatorio o comunque documentazione indispensabile del corredo dei beneficiari;
  • una nuova opportunità per ribadire l’interdipendenza tra mondo del lavoro e mondo della formazione;

Potrebbe essere utile mettere a sistema fondi esistenti quali ad esempio quelli delle camere di commercio e di Anpal, o altri fondi regionali per la formazione per finanziare questi percorsi.

Enti pubblici e Terzo settore

Un’ultima riflessione riguarda l’opportunità, riferita al rapporto tra Ente di Terzo settore e Pubblica amministrazione e alle modalità di ingaggio che quest’ultima generalmente utilizza in base alle norme a disposizione, di prevedere l’avvio di sperimentazioni nell’utilizzo della tecnologia blockchain a supporto e pontenziamento delle pratiche di coprogettazione e coprogrammazione.

Tecnologia blockchain per valorizzare il capitale sociale e relazionale del Terzo settore

Si potrebbe finalmente avviare un percorso di sperimentazione dell’utilizzo della tecnologia blockchain in ambito di valutazione dell’affidabilità di un soggetto del terzo settore, sia nel rapporto con il pubblico, sia nel rapporto con altri enti erogatori (Fondazioni, banche, eccetera).  Una blockchain applicata al terzo settore, che potrebbe valorizzare il patrimonio umano e il capitale sociale presente e vivo all’interno degli ETS, facendo emergere il valore sociale ed economico dei principi della cooperazione. Esistono numerosi studi, ormai, che indicano nell’introduzione della tecnologia blockchain un elemento determinante per la sburocratizzazione della Pubblica Amministrazione.

L’introduzione della leva fiduciaria come uno tra gli elementi determinanti il rapporto tra Terzo Settore e Pubblica Amministrazione, potrebbe rappresentare quel tassello mancante per un’attuazione vera delle forme di coprogrammazione e coprogettazione – ad oggi ancora non pienamente avviate – di cui all’art. 55 del Codice del Terzo Settore. Infatti, i blockchain realizzando registri, banche dati crittografate e distribuite tra migliaia (o milioni) di utenti, possono coinvolgere la società civile, i cittadini, gli attori istituzionali locali e tutti gli altri stakeholeders presenti su una data comunità, intorno ad un processo di valutazione fiduciaria dei soggetti dell’economia sociale attivi su un determinato territorio, avvalorando l’accreditamento al tavolo della coprogrammazione e della coprogettazione degli stessi enti del terzo settore.

Si tratterebbe, attraverso la cosiddetta internet del valore, di conferire dignità e valore reali al capitale sociale delle nostre organizzazioni di terzo settore, al patrimonio di storia, impegno, costruzione di relazioni e di valore condivisi da una determinata comunità. In conclusione, nel caso in cui una articolazione della Pubblica Amministrazione dovesse essere attore di una procedura che coinvolge altri enti, dei quali l’Amministrazione non ha (a-priori) fiducia, l’uso della blockchain si renderebbe opportuno affinché esista un controllo super partes con un sistema digitale innovativo, in grado di garantirne la tracciabilità, la sicurezza e la permanenza nel tempo.

In questo senso si introdurrebbe nel processo di coinvolgimento degli Enti di Terzo Settore nelle politiche di coprogrammazione e coprogettazione, una leva di sburocratizzazione supportata da uno strumento “terzo” in grado di conferire alla comunità – intesa in senso lato – la credibilità e il potere di dare valore al capitale sociale degli organismi di terzo settore. Uno strumento, infine, che per le sue caratteristiche di trasparenza e sicurezza consentirebbe alla Pubblica Amministrazione di orientare meglio le proprie scelte, con il vantaggio di selezionare i soggetti affidatari di risorse pubbliche con criteri di affidabilità che apporterebbero un minor rischio per le casse degli enti pubblici.

La continuità delle commesse

Infine, un ragionamento sull’art. 48 del decreto-legge 18/2020, il Cura Italia, più volte commentato sui media di settore; in sostanza esso permette agli enti pubblici di continuare a corrispondere risorse per affidamenti sospesi a seguito delle misure di contenimento del contagio (ad esempio un centro diurno per persone con disabilità) eventualmente riconvertendo i servizi in modalità diverse (es. domiciliari), compatibili con la sicurezza di utenti e lavoratori.

Questa condivisibile previsione trova un limite nella scarsa propensione dei comuni, oggi in forte difficoltà economica, a destinare in questo modo le risorse: è vero che si tratta di importi già a bilancio, ma l’occasione di riutilizzarli per altre urgenze in questa fase è fortissima. Ciò avviene però per una asimmetria tra chi agisce e chi sopporta i costi. Se il servizio chiude il lavoratore va in cassa integrazione (e paga l’Inps) e l’organizzazione stenta a sopravvivere, come prima richiamato rispetto ai servizi per l’infanzia; se il servizio viene conservato attivo paga il comune che rinuncia quindi ad utilizzi alternativi delle risorse; dunque in questo scenario il livello locale sarà sempre tentato di utilizzare quest’ultima soluzione.

Premesso che alla base va in generale affrontata la questione della dotazione dei comuni di risorse adeguate, è anche importate agire affinché questo scenario evolva verso un assetto “win win”: ciò richiede che il Governo preveda, degli incentivi, delle premialità per quelle amministrazioni che, mostrandosi disponibili ad una rimodulazione dei servizi, non lasciano sole le famiglie degli utenti e evitano il tracollo delle cooperative; ciò incentiva i comuni a sedersi ad un tavolo con le cooperative e a impegnarsi in sforzi di innovazione e sperimentazione per riorganizzare i servizi; e ciò tra l’altro disincentiva il ricorso alla cassaintegrazione (che si stima possa interessare oggi 8 milioni di lavoratori) e i relativi costi. Insomma, allocando in modo corretto costi e ricompense, si ottiene, con una spesa pubblica simile, un beneficio per le famiglie e per le imprese sociali che, evitando la chiusura, possono continuare ad essere una risorsa per il loro territorio adesso e nel momento della ripresa.

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