La salute è un bene pubblico

di Gabriele Darpetti

La salute è un bene pubblico, non è un bene privato. Si potrebbe dire anche che essa è un bene comune, se questo termine non fosse troppo inflazionato. Le conseguenze della mancanza di salute, infatti, non coinvolgono solo l’interessato, ma tanti altri soggetti sia pubblici che privati. Inoltre la salute non è una attività economica ma è un diritto. Cercherò ora di spiegare meglio alcune affermazioni.

La Costituzione

L’affermazione che la salute è un diritto deriva direttamente dalla lettura dell’art. 32 della Costituzione Italiana che recita. “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti“. In questa semplice ma “potente” frase della Costituzione ci sono tre concetti fondamentali, che non dovremmo dimenticare mai: 1 – la salute è un diritto; 2 – è un interesse della collettività assicurarla ad ogni cittadino; 3 – è garantita l’assistenza sanitaria gratuita anche a chi non se la può permettere. Questi tre concetti meriterebbero da soli una lunga e articolata riflessione, ma per l’obiettivo di questo mio ragionamento è sufficiente ricordarne l’essenzialità.

Se la salute è un dirittoallora occorre che il focus sia sulla persona, sulla sua vita e sulle sue esigenzee non sulle attrezzature, sulle strutture, sulle procedure o sulle classificazioni organizzative, perchè diritto alla salute non significa solo cura della malattia, ma anche prevenzione e protezione sociale, specie nei casi di patologie non guaribili, ma curabili con una buona assistenza.

La deriva economicista

Un nemico di questa nuova prospettiva è la “deriva economicista” che ha assunto la sanità. Essa è troppo condizionata da logiche aziendali e da modalità di “produzione” dei servizi sanitari. Quindi il problema non è solo pubblico/privato ma che la tutela della salute non può avere logiche economiche, soprattutto se ci sono dei diritti costituzionali da garantire.

Se di fronte all’epidemia da Covid-19 ci siamo fatti trovare impreparati, è anche perchè la prevenzione nell’ottica economica non è misurabile in risultati conseguiti. E’ stata un’impreparazione del sistema sanitario che si è tradotta in una impreparazione collettiva, che ha generato molta più paura di quanto normalmente se ne genera in epidemie simili (Sars, ebola, ecc.).

Bisogna superare la logica “aziendalista” che oggi impera nella sanità e che è una logica assurda, soprattutto in questo settore, perché adotta una filosofia mercantile anziché una filosofia di tutela dei diritti. Ciò presuppone anche un cambiamento culturale, ossia rimettere al primo posto il rispetto della dignità della persona e non l’interesse del sistema sanitario e delle multinazionali farmaceutiche. Purtroppo l’”aziendalizzazione”, a partire dalla riforma Amato del 1992, è diventata un mantra collettivo (anche nei nomi utilizzati, es: “azienda ospedaliera”, “azienda sanitaria”), con la conseguenza che si parla solo di budget e non di bisogni delle persone.

Diciamo sempre che la salute è la cosa più importante (così appare nei sondaggi sui bisogni delle persone) ma poi nelle decisioni politiche di ogni giorno c’è sempre qualcosa d’altro da salvaguardare come le risorse finanziarie, l’organizzazione del personale sanitario e non, il consenso elettorale, gli interessi di parte.

L’eccessiva invadenza della politica

Una delle conseguenze della deriva economicista della tutela della salute è l’eccessiva invadenza della politica sulle scelte della sanità, molto più di quanto sarebbe necessario. D’altra parte se pensiamo che circa l’85% del bilancio regionale (almeno nelle Marche) riguarda la sanità viene da sè che il sistema politico nel suo complesso (partiti e altre lobby di influenza politica) vuole utilizzare il potere sociale ed economico che ne deriva.

La sanità è diventata il principale spazio di esercizio del potere, essa infatti prevede l’impiego di migliaia di persone e la possibilità di gestire le nomine di un buon numero di dirigenti amministrativi e dirigenti sanitari (primari e non solo), ed è quindi il luogo privilegiato dove si afferma la principale “anomalia” dell’esercizio del potere politico, cioè il governo delle persone e non il governo dei problemi.

Un’altra conseguenza di questa “invadenza” è che la sanità rischia di dare un’importanza eccessiva ai “contenitori” delle cure, cioè gli ospedali, perchè la loro costruzione, ampliamento, manutenzione, riconversione, comporta nei fatti una “fetta” importante di investimenti pubblici, e quindi di appalti, rientrando a pieno titolo in questioni urbanistiche e di lavori pubblici, da sempre attentamente presidiati dalla politica.

Nelle Marche poi, abbiamo il primato e la “particolarità”, che l’assessore regionale alla sanità sia stato assunto “ad interim” dallo stesso Presidente della Giunta Regionale, non per un periodo limitato, ma per tutta la durata della legislatura. Penso che il fatto si commenti da sè.

Con le premesse di cui sopra diventa facilmente comprensibile come il sistema sanitario sia anche una possibile occasione di corruzione. A questo proposito c’è una ricerca condotta nel 2018 dall’Istat (ente al di sopra delle parti) in cui risulta che la sanità è al quarto posto tra i settori in cui si è radicata la corruzione in Italia. Nella ricerca si parla anche più specificatamente di percentuali delle varie figure professionali interessate a questo fenomeno, e tanto altro. Su questo tema dice Cantone (intervistato dal giornale Vita a gennaio 2018). “è indubbio che il campo sanitario, dato che c’è in gioco la salute, è quello in cui è maggiore la disponibilità ad acconsentire a richieste illecite. Quindi il rischio di una sottovalutazione è di certo consistente, senza dimenticare che spesso proprio lo stato di necessità è uno dei fattori che più alimenta la corruzione. Penso alla necessità di dare corretta esecuzione ai procedimenti disciplinari verso chi si macchia di illeciti o alla necessità di evitare i conflitti di interesse che possono crearsi con l’intramoenia, le consulenze con le società private o le prescrizioni di farmaci. A questo proposito l’Anac ha emanato delle linee guida su aspetti centrali come gli acquisti, le nomine, la rotazione del personale e i rapporti con industrie farmaceutiche e produttori di apparecchi medicali“.

Ora speriamo che in questo tempo di epidemia da Covid-19 nessuno si approfitti per promuovere farmaci, vaccini, dispositivi sanitari a vantaggio dell’industria farmaceutica, se non per comprovate necessità.

Per concludere, l’eccessiva invadenza della politica nella sanità dovrà certamente fare i conti con le responsabilità dei numerosi errori fatti in questa epidemia: dalle scorte dei DPI (dispositivi di protezione individuali) insufficienti, attrezzature mediche mancanti, protocolli di sicurezza inadeguati, che hanno causato troppi morti nel personale medico e sanitario. Ci auguriamo tutti che la giustizia possa fare il suo corso con imparzialità ed efficienza.

Cambiare prospettiva: più sociale meno sanità

Ma se la salute, come abbiamo affermato sopra è un diritto ed è un bene pubblico, allora dobbiamo cambiare prospettiva. In un articolo recente di commento a questo periodo di epidemia da Covid-19 il prof. Stefano Zamagni diceva: “l’errore che continuiamo a commettere è quello di pensare che la nostra salute dipenda unicamente dalle strutture sanitarie”. Egli ha perfettamente ragione, infatti il benessere psico-fisico delle persone parte dalle relazioni di cura e dalla prevenzione garantita da presidi sociali e non solo sanitari

Ma questo cambiamento di prospettiva comporta una nuova riclassificazione tra prestazioni sanitarie e prestazioni sociali, con spostamenti a favore di queste ultime di ingenti risorse finanziarie. Può sembrare paradossale che in un periodo di risorse carenti per la sanità si proponga di spostarne una parte verso i servizi sociali, ma a ben vedere è l’unica soluzione possibile alla probabile crisi che deriverà nel settore sanitario dalla contrapposizione tra esigenze crescenti di sempre nuove prestazioni e disponibilità economiche in diminuzione. Infatti se si considereranno tante prestazioni sanitarie – ripulite da invasivi e inutili interventi medici – attività di prevenzione e di assistenza sociale, esse costeranno molto meno, sia per la diminuzione dell’utilizzo di attrezzature e medicine, sia per il minor costo del personale addetto.

Bisogna quindi spostare risorse dalla sanità al sociale – considerato però un unicum di attività – perché il diritto alla salute significa soprattutto il diritto a mantenere una buona qualità della vita, in tutte le sue fasi, e non solo cure mediche, o interventi chirurgici, in senso stretto. In conseguenza di tutto ciò occorre che a livello istituzionale (sia a livello organizzativo-logistico, sia garantendo pari grado tra i dirigenti) vengano riunificati anche i settori che si occupano di sanità e sociale, altrimenti sarebbe impossibile adottare un’unica strategia.

E’ chiaro che guardare il diritto alla salute da questa prospettiva, richiede avere un piano pluriennale di interventi pianificati per ogni territorio, che coinvolga tutti gli attori che in quel territorio si occupano di salute, in primis i medici di base, e tutte le associazioni e gli operatori socio-sanitari. Inoltre recenti esperimenti (svolti in America) hanno dimostrato che preparando equipe multidisciplinari che assistono le persone a domicilio si ottengono migliori risultati.

Ma per affrontare queste nuove sfide in futuro dovremmo contare su una maggiore sussidiarietà. L’obiettivo di reperire nuove risorse per migliorare o per completare servizi socio-sanitari che nel nostro tipo di società occidentali tendono inevitabilmente ad aumentare (un po’ per le dinamiche demografiche e un po’ per le crescenti diseguaglianze), ci porta a ragionare su come coinvolgere le imprese e la società civile, nella logica che ciò che è pubblico non necessariamente è statale.

Come conseguenza di ciò bisogna favorire nelle quattro fasi di creazione dei servizi (pianificazione, progettazione, erogazione e valutazione) la collaborazione fra tutti gli attori principali: enti pubblici, imprese e organizzazione economiche, associazioni di categoria e sindacati, e l’insieme della società civile organizzata.

Per concludere, non dobbiamo dimenticare che la tutela della nostra salute è legata anche alla tutela della salute del nostro pianeta. Mi sembra particolarmente efficace la frase che Papa Francesco ha detto prima di Pasqua: “come potevamo pensare di rimanere sani in un mondo malato?“. E allora non abbassare la guardia sui temi dell’ambiente, delle alterazioni climatiche, della qualità dell’aria e dell’acqua, significa realmente anche preoccuparci della nostra salute, e del bene pubblico che essa rappresenta.

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