Libro – “Una rivoluzione ci salverà” di Naomi Klein

Libro KleinNaomi Klein all’attacco: è il capitalismo che cambia il clima. Questo il messaggio del nuovo libro di Naomi Klein “Una Rivoluzione ci salverà”, presentato a Roma con l’autrice

di Veronica Caciagli (La Stampa)

“Rimuoviamo il problema del clima perché abbiamo paura. Se accettassimo la piena realtà di questa crisi, saremmo costretti a cambiare tutto”. Questo il messaggio del nuovo libro di Naomi Klein “Una Rivoluzione ci salverà”, presentato nell’evento organizzato dall’associazione A Sud presso lo spazio Cantiere di Rigenerazione Urbana Spin Time all’Auditorium Santa Croce di Roma. Naomi, che deve la sua notorietà al libro No Logo del 2000, segue adesso una nuova battaglia: quella contro i cambiamenti climatici. E’ membro del consiglio direttivo del movimento internazionale per il clima 350.org.

Il titolo originario, per la verità, era più ad effetto: “This change everything – Capitalism vs climate change”. Ma parlare di cambiamenti climatici e dell’effetto prorompente delle politiche per il clima forse spaventa ancora di più in Italia: “il cambiamento climatico in Italia è assente dal dibattito politico – dichiara in apertura Marica Di Pierri, portavoce di A Sud – Il clima è invece al centro dell’agenda internazionale: ci avviciniamo alla ventunesima Conferenza delle Parti di Parigi sui cambiamenti climatici. Un momento a cui tutti guarderanno con attenzione: il governo, i media, i movimenti per la giustizia ambientale e climatica, le imprese. Là si dovrà firmare il nuovo accordo vincolante che sostituirà il Protocollo di Kyoto.”

La crescita dell’attenzione al tema del clima e il momentum è raccontato anche da Naomi Klein: “Vi vorrei raccontare una storia: il mio libro è uscito in concomitanza dell’evento dei capi di stato sui cambiamenti climatici di New York di settembre, alle Nazioni Unite, al quale ha partecipato anche Renzi. L’aspettativa era di attirare attenzione e impegno in vista di Parigi – anche gli impegni erano solo di tipo volontario: una specie di Telethon per il Pianeta. è successo poco tempo fa una cosa sui movimenti climatici. Questo evento era chiamato Climate Leadership Summit: ma i presenti non erano leader del clima, ma proprio coloro che hanno tradito il clima. I leader sono fuori dai governi”.

Proprio nei giorni del summit di settembe, si è svolta a New York la People’s Climate March: “Quattrocento mila persone. Non si era mai visto nulla di simile – racconta Naomi. – Quello che la marcia è riuscita a fare è stata di smentire l’idea che il clima sia una cosa astratta e lontana: dopo l’uragano Sandy, New York capisce “intimamente” cosa siano i cambiamenti climatici. E infatti dopo la manifestazione lo stato di New York ha bloccato le attività di fracking.”

“Nella manifestazione non c’erano solo le associazioni ambientaliste: c’erano gruppi indigeni, movimenti per la giustizia, infermiere e medici che raccontavano i danni alla salute delle fonti fossili, lavoratori, molte persone che venivano dal movimento OccupyWallStreet. E poi c’era il “solution block”, con la celebrazione di tutte le alternative che esistono già, come le rinnovabili, progetti di coltivazione urbana, etc. E’ stato significativo vederli insieme: persone che lavorano alle alternative e i movimenti di resistenza”. La proposta per i movimenti è quindi di unire le forze tra gruppi che tradizionalmente hanno lavorato in modo autonomo.

“Il modo di ispirare le persone ad agire per i cambiamenti climatici è connettere i numeri tra quanto è l’ammontare di carbonio che l’atmosfera può contenere, e che abbiamo già superato, e far capire la realtà dei numeri: è quello che fa 350.org, in cui 350 [ppm, parti per milione, ndR] rappresenta proprio il limite massimo della concentrazione di CO2 suggerito dagli scienziati. Adesso siamo a quota 400”.

Quale rimane quindi il ruolo dei governi nel trasformare l’economia? “I governi sanno benissimo che cosa dovremmo fare per dare una risposta adeguata ai cambiamenti climatici: non dobbiamo dimenticare che il cambiamento climatico non è solo una battaglia di idee, ma una battaglia di interessi, potere, denaro. La soluzione è semplice: dobbiamo tenere l’80% delle riserve delle fonti fossili esistenti sottoterra. Dobbiamo diminuire le emissioni del 8/9 per cento all’anno.

“Non credo che, visto che la crescita è un problema, la decrescita sia necessariamente la soluzione: non tutto deve decrescere. Una larga parte della società è stata sistematicamente trascurata. Inoltre, ci sono molti lavori che sono già a basse emissioni. Green jobs non significa solo energia rinnovabile: prendersi cura dei bambini è un green job, e anche insegnare, i lavori artistici, eccetera. Dovremo sviluppare le parti che sono sostenibili e contrarre la parte inquinante dell’economia. Dobbiamo fare scelti intelligenti: io la chiamo strategic economy”.

Da La Stampa