L’impresa di un’economia diversa. Intervento di Roberto Mancini

ManciniL’emporio ae ha da poco compiuto cinque anni. All’inaugurazione partecipò Roberto Mancini, docente di Filosofia Teoretica all’università di Macerata, che tenne una relazione intitolata “L’impresa di un’economia diversa.

Riportiamo qui il testo integrale dell’intervento

Se noi leggiamo la realtà dell’economia, se non siamo proprio accecati dal mito del liberismo, del monetarismo, dalla futile credenza che questo sia il migliore dei mondi possibili, vediamo che oggi l’economia è un meccanismo di produzione dell’infelicità di massa, meccanizza, cioè, la vita delle persone, sfrutta la vita dei popoli, produce la fame come fatto politico non come fatto naturale. In realtà, come si diceva già dai tempi di Marx, è una economia politica, costruita cioè su scelte umane, che, però, poi viene data come se fosse un meccanismo naturale, razionale, inevitabile.

Non c’è nessuna necessità di questo modello che fa acqua da tutte le parti, ed è veramente un meccanismo che mette in difficoltà la vita delle persone. Quello che noi avvertiamo dal 2008, da quando si parla di crisi, altri popoli lo conoscono da decenni o secoli ed è una condizione strutturale di sfruttamento, di precarietà, di dominio che si riassume, non occorrono molte lauree per capirlo, in una società costruita sul primato del denaro anziché sul riconoscimento delle persone. Allora, decenni e decenni di costruzione di una società di questo tipo vogliono dire che poi effettivamente l’esistenza umana è messa a rischio. L’esistenza della natura, che non è solo l’ambiente, non è solo la cornice, ma è veramente il mondo vivente di cui noi siamo partecipi, ospiti, ma anche custodi responsabili, l’esistenza dell’umanità e della natura sono messe a rischio da questo modello profondamente astratto.

Si tratta di ripartire da valori diversi che non siano valori quotati in borsa, che non siano valori monetari, che vadano contro la logica per cui tutto, le persone, l’amore, il futuro, la salute, tutto si può comprare e tutto si può vendere. Ora, come vedere dei valori diversi? Ecco, il primo passo che mi propongo è questo: l’essere umano ha un rapporto elaborato, complesso con la realtà, può stare dentro di essa, ma da sonnambulo oppure può vivere e dormire tutta la vita, oppure può stare nella realtà, ma in modo controverso, antitetico alla realtà stessa. Allora, quando è che noi vediamo realmente la realtà e la realtà dei valori? Abbiamo solamente due modi per farlo, non tre e nemmeno quattro o cinque.

Il primo è quello dell’incubo, del credere cioè a una dimensione angosciosa del reale. Ci sono state epoche, ad esempio negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, caratterizzate dall’incubo di una società caserma, oggi il nostro incubo è che la società sia un mercato, ma in fondo un mercato che non è un mercato, così come la scuola non è un’azienda o l’ospedale non è un’azienda, anche se noi crediamo così e siamo entrati in questo delirio. Questo è l’incubo distruttivo che stiamo realizzando come delle formichine ubbidienti. Questo modo di vedere la realtà, che distorce il significato delle cose, produce distruzione sulla vita delle persone, degli animali e della natura.

L’altro modo propriamente umano che noi abbiamo di vedere la realtà è sperare. La speranza non è ottimismo, non è banale come l’ottimismo e il pessimismo (penso che tutto vada bene o che tutto vada male), la speranza è una facoltà cognitiva, cioè l’intelligenza profonda della realtà. È il capire il bene possibile nella realtà, soprattutto il bene latente, quindi saperlo preparare quando apparentemente non sembra realistico, non sembra credibile. Chi decenni fa in Sud Africa ha saputo sognare che bianchi e neri sarebbero stati insieme veniva preso per ingenuo, pazzo. Era, invece, uno che esercitava l’intelligenza della speranza, sapeva vedere i dinamismi profondi della realtà. Chi vede secondo le regole dell’incubo, realizza e produce il negativo che noi vediamo oggi e che con un eufemismo chiamiamo “crisi”, chi vede secondo la logica della speranza, non solo vede in profondità la realtà, i dinamismi del bene latente, ma sa collaborare. La speranza è la dimensione della responsabilità, anche perché non speriamo semplicemente per noi stessi, speriamo per altri, speriamo per i figli, speriamo in una vita diversa, in una politica diversa, in un’economia diversa, se abbiamo un minimo di responsabilità. La speranza è un atto della responsabilità, mentre disperare è una resa a un mondo profondamente ingiusto.

Ecco, allora, il secondo passo che mi propongo: con gli occhi della speranza finalmente parlo dei valori, ma non si tratta di valori monetari, calcolati secondo la moneta, né di concetti e astrazioni. Quando sono astrazioni, i valori sono usati contro le persone: quelli che sulla terra in nome di Dio, padre e famiglia hanno torturato e fatto guerre erano persone che credevano ai valori astratti, che conducono sempre a guerre e persecuzioni. I valori reali, se io realmente riconduco la vita al senso della realtà, sono valori viventi, valori che respirano, che sono le persone, le relazioni, la natura, il futuro. In una scuola, quali sono i valori? I bambini, gli insegnanti, il personale, non sono i voti, non sono le prestazioni che possiamo avere: sono le persone. Allora, inteso che i valori sono le persone, le relazioni, le comunità umane, la natura, qual è la conseguenza diretta della capacità di rivedere i valori? Se credo nei valori veri, viventi, non li posso manipolare, non li posso strumentalizzare, ed ecco che nasce la dimensione della cura e della responsabilità. Se vedo questo, mi accorgo che la nostra società è profondamente rovesciata. I sistemi organizzativi, che noi chiamiamo politica, economia, educazione, dovrebbero essere dei sistemi di servizio alle persone; sana è solo una politica non di potere, ma di servizio, sana è una economia non di profitto, dell’accumulazione e della borsa, ma di servizio alla società. Il vanto di questa economia dovrebbe essere: abbiamo organizzato le cose in modo che sulla terra nessuno abbia fame, in modo che nessuno sulla terra debba vivere situazioni di precarizzazione. La precarizzazione è la forma più radicale di violenza sulla terra, più della guerra, più del terrorismo. La precarizzazione erode la vita delle persone, rappresenta la chiusura del futuro per le nuove generazioni, trattate come esuberi e, quando va bene, come risorse per produrre profitto. Dire a qualcuno che è una risorsa vuol dire strumentalizzarlo nell’ottica del denaro come valore dominante.

Ecco, al contrario, noi oggi abbiamo bisogno non di una politica intesa come guerra in cui bisogna vincere, di una economia in cui bisogna produrre e accumulare in modo illimitato in un pianeta dalle risorse limitate, ma di una politica di servizio.

Come possiamo invertire profondamente questa tendenza e arrivare ad una politica di servizio, ad una economia di servizio, ad una educazione di servizio, che siano la fioritura di persone capaci di rinnovare la società? L’unica via di rinnovamento della società per le nuove generazioni coinvolge la persona. Quali le condizioni per realizzare questo? Innanzi tutto dalla riscoperta della nostra responsabilità in termini di potere diffuso. Il potere non è la violenza, non è il dominio, il potere è l’energia della cooperazione. Se lo capissero gli economisti, avremmo già un profilo diverso della struttura della società. Potere è l’energia della cooperazione. Un carro armato è un grandissimo simbolo di impotenza, vuol dire incapacità di convivere. Al contrario, “potere” significa dire imparare a cooperare.

Oggi questa crisi, se noi la sappiamo leggere e usiamo un po’ di sapienza nella nostra lettura, vuol dire in realtà la fine della società della competizione e la possibilità di un parto, di un travaglio, di una gestazione lenta dolorosa, perché siamo anche ostinati nell’errore, ma di una gestazione di una società della cooperazione. Pensateci, nella condizione umana, fisiologica non è la competizione, ma la cooperazione. La competizione deve essere all’interno di dinamiche cooperative, al punto che noi riusciamo a disinnescare pratiche di distruttività, dentro la competizione. Tutti noi ci siamo sviluppati perché abbiamo avuto gesti di cura, educazione, cooperazione e protezione che ci hanno permesso di diventare quello che siamo. In principio, nella condizione umana come condizione vitale non c’è la competizione, ma la cooperazione. La competizione deve essere un momento, uno spazio specifico e deve potere essere espresso (vedi competizioni elettorali, progettuali, ecc.) ma deve essere riportata a condizioni più alte di cooperazione e, soprattutto, non deve essere distruttiva. Noi siamo la prima società sulla terra che ha eretto la competizione, cioè il conflitto, a fine in sé della convivenza. Le altre società che stavano dietro a noi trattavano il conflitto o come un’arma da usare a certe condizioni o come un mezzo e non un fine o come un pericolo da disinnescare il prima possibile, perché sappiamo che dal conflitto si innesca tendenzialmente distruttività. Noi siamo così folli che abbiamo eretto la competizione a fine e a fondamento della società, quando se io pongo una coppia o un condominio o un comune come Fano nella competizione non resistono neanche una settimana. Perché noi diamo futuro e continuità alla tessitura della convivenza grazie a dinamiche di cooperazione.

Allora, qual è il passaggio successivo,? Che la riforma di un sistema come questo non può venire dall’alto, non viene dalle Nazioni Unite, né da Obama, non c’è una bacchetta magica che da sola cambia le cose. Viene attraverso il circuito democratico del territorio, dove territorio vuol dire comunità: comunità aperta, interculturale, non un localismo razzista, xenofobo, in qualche modo neofascista come quello della Lega; comunità non vuol dire il sangue, la razza, il proprio suolo, essere padroni a casa propria, tutto un delirio. Comunità significa essere consapevoli che l’economia è per le persone, che ci sono territori che hanno una storia, una caratteristica, che hanno comunità e che vivono, però, se sono capaci di ospitalità, di cooperazione con altre comunità, di apertura al bene comune. Allora è chiaro che la democrazia e una economia di servizio passano appunto per questa capacità dei territori di diventare una comunità civile. Qual è l’ulteriore conseguenza? Quando noi parliamo di valori di democrazia e di economia equo solidale, tutte queste belle cose rimangono in aria (come gli astronauti chiusi nella loro navetta spaziale, senza gravità) se non diciamo quali sono i soggetti che operano questo, che lo realizzano. Non posso evocare dei significati e poi non cercare i soggetti. Oggi la nostra situazione è così soffocante perché non abbiamo dei soggetti istituzionali tradizionali: partiti, sindacati, governi, imprese che siano all’altezza di questa trasformazione. La loro logica è tendenzialmente interna al vecchio sistema (con delle eccezioni), sistema per cui non c’è una economia di servizio, una politica di servizio, ma c’è una economia del denaro per il denaro e una politica di sistema del potere per il potere. In questo sistema non ci sono le persone. Allora, per rivitalizzare questi soggetti, abbiamo bisogno di partiti, abbiamo bisogno di sindacati, abbiamo bisogno anche di imprese, purché si trasformino, però non si trasformano da soli. Se a monte non nasce un soggetto diverso, che non può essere il singolo, non si può andare dal singolo a rappresentare le condizioni del mondo e dirgli “adesso cambia vita”, perché quello cadrà nell’angoscia e cercherà di sopravvivere a quest’angoscia.

Allora, l’unico vero soggetto concreto che può attuare il cambiamento di altri soggetti (singoli, famiglie, partiti, sindacati, imprese) è quella comunità civile locale che si appropria della responsabilità della propria popolazione, che comincia a vedere com’è la sfera dei diritti umani del suo territorio, che si riappropria di una soggettività anche economica. Vi faccio un esempio: a Vicenza la Confindustria, Confartigianato, i sindacati, le associazioni giovanili si sono riuniti attorno ad un tavolo per definire i percorsi da fare come comunità civile per assicurare ai giovani un futuro economico e si sono messi nell’ottica della cooperazione. Quindi un soggetto che è una comunità civile locale e aperta, ma responsabile del futuro dei cittadini più deboli, i primi sacrificati al culto di questo idolo dell’economia del profitto. Ora occorre ricostituire un movimento locale, una comunità civile locale che riassuma le linee di tendenza del cambiamento e in questo senso, in modo non violento, costringa partiti, sindacati, imprese, enti locali, comuni provincia, regione, a cambiare logica politica, altrimenti quello che noi evochiamo come cambiamento si riduce non a processi di liberazione, ma a dei gesti singoli. Gesti che alla fine, siccome non possono avere continuità, ci seminano nel cuore una disperazione e ci convincono che non è possibile cambiare. Questo modello non è necessario, oltre che dannoso.

L’ultimo passaggio che vi propongo è questo. C’è un metodo? Perché per essere concreti servono due condizioni:

Avere dei soggetti che si fanno carico del cambiamento.

Avere metodo.

Pensate a quanto sia rovinosa un’azione politica senza un metodo. Guardiamo i nostri leader politici in televisione e quello che vediamo è puro narcisismo, autoaccentramento. Il brutto è che poi la gente va loro dietro e questi, che in realtà avrebbero bisogno di un buon psicoterapeuta, diventano quelli che esercitano pressione sulle persone: hanno la bomba atomica in mano, dicono che vogliono distruggere altri popoli, ma la colpa è di un sistema massificante per cui individui al di là della loro singolarità esprimono una massa che si lascia manipolare. Ci deve essere qualcosa che non funziona nella loro percezione della realtà se pensano di cambiare le cose in questo modo.

Occorre un metodo che ci guarisca dai narcisismi, che ci dia una disciplina. Quando ci sono stati dei momenti di cambiamento nella storia c’erano sempre tre elementi: una speranza che era speranza per tutti, non per il mio gruppo, per la mia religione, per la mia classe contro gli altri; era l’espressione dell’unità della speranza umana e grazie ad essa si riusciva a vedere una società diversa. Se, infatti, non vedi una società diversa non la puoi nemmeno costruire, non puoi neanche mettere un mattoncino iniziale. Secondo elemento: c’erano in campo persone integre. Integre vuol dire che ascoltavano il cuore, ascoltavano la coscienza, ascoltavano l’anima, erano capaci di appassionarsi e non di ridursi alla ricerca dell’interesse privato, del potere privato. Quindi una speranza che fa vedere persone integre. Il terzo elemento è sempre un metodo: un metodo di non violenza; in greco metodo vuol dire “percorso”, “via” che fa vedere l’orizzonte, ma che fa vedere anche come arrivarci. Qual è la strada, come si fa a fare politica? Che cosa vuol dire? Fare delle riunioni? Avere delle televisioni? Comprare giudici? Che vuol dire fare politica? Occorre un metodo che mi permetta di affrontare le contraddizioni: la contraddizione fra lavoro e capitale, fra umanità e natura, fra violenza e non violenza, fra uomo e donna, fra nuove generazioni e vecchie generazioni, fra nativi e stranieri, tutte contraddizioni su cui noi oggi fondiamo la società. I fatti di Calabria ce le hanno sbattute in faccia. Noi oggi fondiamo la società sulle identità. Allora questo metodo dice: leggi le contraddizioni, associati, entra in relazione concreta con gli ultimi, con le vittime di un modello di società, perché la nuova società non si fa dall’alto, non si fa con il progressismo a buon mercato, non si fa con l’assistenzialismo, ma si fa stabilendo rapporti reali con quelli che portano il peso dell’ingiustizia. Da quel fondo della società tu puoi sprigionare un’energia di cambiamento, azioni, processi di liberazione che cambiano il volto della società, non gesti che gratificano solo te, ma disposti ai bisogni reali che vengono misconosciuti dalla società.

Vado verso la chiusura: la speranza, persone integre, il coraggio di darsi un metodo e di cogliere le forze necessarie alla qualità della convivenza, tutti questi fattori sono presenti in questa iniziativa. Si ha il coraggio di portare questi fattori nel cuore dell’economia, come produzione, come distribuzione, come consumo, come attenzione ai bisogni e ai diritti delle persone. Nella misura in cui nei territori ci sarà una comunità locale capace di rinnovare l’economia, di rinnovare la continuità, di esprimere una cultura diversa, allora veramente vedremo che il cambiamento è possibile e che non abbiamo nulla che ci costringa a subire questo, e che in realtà possiamo vivere liberamente e politicamente sulla terra.

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