Biolocale. Motivazioni ambientali

Ambiente-alimentazioneGli studi rilevano che il settore degli alimenti e dei servizi di ristorazione è responsabile per circa il 20-30% del totale dei vari impatti sull’ambiente legati ai consumi dell’Unione Europea. I dati ricavati includono l’intera catena di produzione e distribuzione del cibo “dal campo alla forchetta”.

All’interno di questa categoria di consumo i maggiori impatti sono dovuti alla carne (includendo carne bovina, pollame e carne di maiale) e vengono secondi i prodotti lattiero caseari.

L’agricoltura riveste nelle problematiche ambientali un ruolo di grande importanza. Infatti tale attività, specialmente se esercitata con modalità intensive, costituisce un notevole fattore di carico, in grado di alterare i differenti equilibri ecologici del suolo, delle acque e dell’aria, oltre ad avere importanti effetti sulla biodiversità. Allo stesso tempo però l’attività agricola, nelle aree dove non è esercitata in maniera intensiva, costituisce un fattore positivo per gli equilibri ambientali. Se correttamente praticata l’agricoltura può essere un importante elemento per la conservazione della biodiversità e del paesaggio, limitare i fenomeni di dissesto idrogeologico e contribuire alla valorizzazione delle qualità delle naturali risorse del territorio.

Gli impatti ambientali legati ai generi alimentari dipendono da numerosi fattori: da dove e come il cibo è prodotto, lavorato, imballato, preservato, distribuito, preparato ed eliminato.

Le urgenze ambientali correlate all’agricoltura e all’allevamento sono diverse a seconda della regione del mondo che si considera. L’erosione dei suoli, l’abbattimento degli alberi, la distruzione degli habitat e la perdita di fertilità del terreno sono problemi più frequentemente osservati in zone povere rurali, mentre la contaminazione del suolo e delle acque, l’impoverimento dei suoli, l’eutrofizzazione, la salinizzazione ed un eccesso di nutrienti sono fenomeni tipici dell’agricoltura intensiva, come quelle Europea.

I maggiori impatti ambientali del cibo oggi in Europa sono imputabili agli usi energetici per i trasporti e le coltivazioni in serra e all’uso dei pesticidi e fertilizzanti utilizzati nell’agricoltura convenzionale. Questi impatti riguardano principalmente la fase di produzione (coltivazione) e di trasporto.

A titolo esemplificativo si riporta uno schema sugli impatti ambientali del settore alimentare, elaborato dall’UNEP nel rapporto “Agri-food Production & Consumption”

Tabella impatti

L’acqua è il primario fattore produttivo. A livello planetario l’agricoltura è responsabile di circa il 72% dei consumi idrici ed in Europa meridionale di circa il 50%. Come dato di riferimento si pensi che il consumo idrico unitario medio caratteristico riferito alla sostanza secca (s.s.) è pari a:

  • Mais: 350 l/kg s.s.;
  • Frumento: 500 l/kg s.s.;
  • Patata: 575 l/kg s.s.;
  • Erba medica: 850 l/kg s.s.

Soprattutto la produzione di carne richiede l’impiego di ingenti quantitativi d’acqua. Per una corretta stima non è sufficiente considerare la sola acqua utilizzata nell’allevamento del bestiame ma bisogna tener conto della cosiddetta “acqua virtuale”, cioè la quantità d’acqua necessaria lungo tutta la filiera produttiva di un bene o un servizio. L’acqua virtuale stimata per la produzione di un kg di carne di manzo è pari a 16.000 litri.

I metodi di coltivazione e allevamento intensivi ed altamente meccanizzati che si sono affermati nei paesi industrializzati sono caratterizzati da consumi energetici estremamente elevati, soddisfatti ricorrendo a combustibili fossili, da cui il settore è fortemente dipendente. Inoltre il cibo viene oggi trasportato, prima di giungere alle nostre tavole, attraverso lunghe distanze, contribuendo ad aumentare i consumi energetici del ciclo di vita. Gli alimenti non di stagione, coltivati in serre riscaldate o importati da paesi lontani, richiedono consumi di energia particolarmente elevati. L’attuale sistema di produzione e distribuzione del cibo dei paesi industrializzati è molto poco efficiente. Il rapporto tra l’energia immessa e l’energia ottenuta dal cibo è diminuito, passando da circa 100 delle società tradizionali pre-industriali, a valori anche molto inferiori all’unità. Ad esempio si calcola che si impieghino circa 127 calorie per trasportare una caloria di lattuga dal Regno Unito agli Stati Uniti, dove viene venduta.

Le lavorazioni lasciano il suolo esposto all’erosione da parte degli agenti atmosferici ed alla conseguente riduzione di fertilità del suolo agrario, soprattutto per la perdita di sostanza organica e di fosforo, e accentuando i rischi di inquinamento dovuti al trascinamento di fitofarmaci.

Il massiccio impiego di prodotti fitosanitari (insetticidi, erbicidi, fungicidi, ecc.) è fonte di inquinamento dei suoli e delle acque, oltre a rappresentare un problema di sicurezza alimentare per i residui che si possono trovare negli alimenti che giungono al consumatore finale. Si stima che nell’UE-25, il consumo alimentare sia causa di circa il 50% dei fenomeni di eutrofizzazione. Tra le principali cause di eutrofizzazione vi è la messa a disposizione di sostanze nutrienti in eccesso (azoto e fosforo), sia attraverso l’uso di fertilizzanti che attraverso l’immissione in ambiente di deiezioni animali.

Una fertilizzazione eccessiva inoltre provoca nel tempo l’accumulo di sostanze indesiderate nei vegetali destinati all’alimentazione animale e umana, può provocare la concentrazione di metalli pesanti e diossine nel suolo e accentuare fenomeni di diminuzione di sostanza organica.

Anche nella fase della preparazione dei pasti si manifestano impatti ambientali di varia natura.

Un primo impatto è legato ai trasporti delle materie prime, quindi è tanto maggiore quanto più elevata è la distanza da cui queste provengono.

Poi vanno considerati i consumi energetici per il funzionamento dei macchinari necessari alla preparazione dei cibi, per l’illuminazione ed il riscaldamento dei locali.

Altro aspetto rilevante sono i rifiuti, sia quelli derivanti dagli imballaggi della materie prime, che quelli derivanti dal ciclo di produzione (scarti alimentari ecc.), che i residui a fine pasto (residui di cibo, stoviglie e altri prodotti monouso).