New Economy – Narcos

571921575183di Michele Altomeni

C’era una volta il cartello di Medellín, guidato dal mitico Pablo Escobar. Poi venne il cartello di Calì. Erano i tempi dei colombiani, quando il mercato della droga era in mano ai produttori. Il narcotraffico è uno specchio del capitalismo, e vive le stesse trasformazioni. Fino agli anni Ottanta l’economia era controllata da chi produceva merce, cioè dai grandi industriali. Poi è arrivata la globalizzazione e il bastone del comando è passato in mano alle reti commerciali. Sono loro a fissare i prezzi e a stabilire cosa deve o non deve essere venduto. Non è più la merce a contare, ma il modo di farla arrivare ai consumatori. Questo vale per la droga come per ogni altra merce. Produrla è la cosa più facile, infatti non è lì che si fanno i grossi soldi, ma nella catena commerciale. E la catena commerciale siamo noi, i cartelli messicani, la spina dorsale del narcotraffico. I colombiani sono il passato.

Io lavoro per uno di questi gruppi. Cartelli, se preferite. Siamo un gruppo giovane, in ascesa, ci stiamo facendo largo. Praticamente siamo in guerra, non tanto con lo Stato, ma con altri cartelli che non vogliono lasciare spazio a nuovi concorrenti. Alcuni dei miei capi facevano parte di altri gruppi più grandi, come il cartello del Golfo è quello di Sinaloa. Ma se sei un leader dopo un po’ ti stanchi di vivere all’ombra di altri e di aspettare il tuo turno. Cominci a pensare di metterti in proprio. A quel punto quelli con cui lavoravi diventano i tuoi peggiori nemici, perchè sei un traditore e meriti una fine atroce. Non per niente alcuni che vengono da altre organizzazioni si sono fatti rifare i connotati da chirurghi plastici. Comunque, se sei davvero un capo, affronti la guerra, perché sarà la guerra a decidere chi comanda. Quelli come me, a cui non interessa diventare leader, ma solo trarre il massimo vantaggio da ogni situazione, devono capire qual è il cavallo giusto su cui puntare. Se sbagli cavallo è facile che finisci con lui nella fossa.

flussicocaina1In un certo senso sono un soldato di un esercito privato. Come ogni soldato combatto le guerre dei miei capi. In guerra non contano solo le armi che sparano o esplodono. La paura può fare più morti di una bomba. La paura è come un virus, può essere contagiosa, e in guerra bisogna essere bravi a favorire il contagio tra i tuoi nemici. Internet è un ottimo canale per far viaggiare la paura. Questo lo abbiamo imparato da “Los Zetas”, un gruppo simile al nostro. Hanno iniziato loro a pubblicare su You Tube i video delle esecuzioni dei propri nemici. Per lo più decapitazioni, ma anche metodi più atroci. È utile far sapere ai tuoi nemici che fine gli farai fare. Fargli vedere le sofferenze che patiranno. In alcuni dei nostri video ci sono anche io a fare il macellaio. Il migliore è quello con la motosega. Schizzi di sangue ovunque!

Adesso i più forti sono quelli di Sinaloa. Controllano 650.000 chilometri quadrati di territorio in Sudamerica, e sono presenti in più di ottanta città degli Stati Uniti. Ma anche loro non dureranno a lungo. Nuove forze, come la nostra, prenderanno il sopravvento.

La guerra è un male necessario. Assorbe tante energie. Ma il vero lavoro è il traffico di droga. Marijuana, roba sintetica, ma sopratutto cocaina, il petrolio bianco. Si produce quasi tutta in Colombia, Bolivia e Perù. Ma si consuma principalmente in Usa e Europa. E allora, in mezzo, ci siamo noi a farla viaggiare. In Nord America spesso facciamo da soli. In Europa lavoriamo con altre organizzazioni. Sopratutto i Calabresi, che sono i più affidabili.

Per spostare la roba dalle zone di produzione lungo le valli andine e nella selva amazzonica, ci si muove via terra, ma anche su chiatte, gommoni e altri scafi che navigano sui corsi d’acqua che collegano Perù, Bolivia e Brasile.

Per passare il confine tra Messico e Usa il modo più classico sono i corrieri che viaggiano su vecchie auto, con la droga nascosta un po’ ovunque. Ma disponiamo anche di aerei e alti velivoli, come piccoli Piper o Cessna, con tre o quattro quintali di coca. Ci sono piste di di atterraggio clandestine su tutto il territorio. I nostri piloti sono bravi ad ingannano i radar americani volando a bassa, e poi atterrano su altre piste clandestine oltre frontiera. Ma il sistema che preferisco sono i tunnel sotterranei. Ce ne sono alcuni che partono dai bagni di un’abitazione o di un bar, passano sotto il confine, e sbucano di là.

SottomariniOvviamente molta roba viaggia anche via mare, su navi, nascosta in mezzo a merce di qualunque tipo. E qui la fantasia davvero si spreca. Una volta i calabresi hanno organizzato un commercio di blocchi di marmo, solo che dentro quei blocchi c’erano tantissime piccole gallerie riempite di polvere bianca. Ma la puoi mischiare a qualunque roba, possibilmente con odori forti, per ingannare i cani. Può stare nei barattoli della frutta sciroppata o delle conserve, nei tubetti del dentifricio, nei telai di moto e biciclette, negli orologi a muro, dentro computer. La coca puoi anche discioglierla per impregnare dei tessuti e ritirarla fuori con appositi procedimenti una volta a destinazione. E puoi anche lavorarla come fosse creta per farne statuette e posacenere.

Da Pablo Escobar abbiamo imparato ad usare i sommergibili. A volte ce li costruiamo da noi, con legno incatramato e fibre di vetro. Spesso li facciamo trainare da grandi navi per le traversate, ma hanno anche propri motori per navigare in autonomia una volta giunti nei pressi delle coste. A vederli non diresti che possano navigare per tratte così lunghe, invece funzionano. Cioè, ci sono stati casi in cui non hanno retto, ma di solito non ci sono problemi.

La droga non può sempre seguire le vie più brevi. Anzi. A volte bisogna farle fare tanta strada per arrivare a destinazione, anche se spesso non siamo noi a occuparci di questo. Ci pensano le organizzazioni europee. Si passa per l’Africa, perché ci sono meno controlli e quei pochi basta ungerli un po’. Si usano anche aerei bimotore equipaggiati con serbatoi supplementari per trasvolare l’oceano. A volte anche la coca destinata agli Usa passa per l’Africa. E non c’è niente di strano. Questa è la globalizzazione.

E nella globalizzazione dobbiamo seguire le regole dell’economia liberista. Per esempio, di recente, la domanda di eroina, per lo più proveniente dall’Afghanistan, ha iniziato a calare, e quindi, il prezzo a scendere. Allora, per evitare la concorrenza di una marea di eroina low-cost alcuni cartelli sudamericani hanno deciso di comprare un buona parte del raccolto di papavero. Niente di strano, succede regolarmente con tutte le merci del mercato globale.

E poi ci sono i muli. Ma questo lo sapete già.

AutoPer me questo è un mestiere come un altro. Anzi, meglio di tanti altri. Si guadagna molto e si viene rispettati. Soprattutto dalla comunità. Sì, perché per la comunità, nei quartieri e nei paesi in cui operiamo, noi siamo lo Stato. Meglio dello Stato, che qui in Messico non è mai servito ad alto che ad arricchire politici corrotti. Noi garantiamo l’ordine e il rispetto delle regole. E una delle regole è che dove comandiamo noi la droga non si spaccia. Chi trasgredisce muore e diventa un esempio per tutti quelli che pensano di violare le nostre regole. D’altra parte lo Stato sa che qui comandiamo noi, e se ne sta alla larga. In fondo gli risparmiamo un lavoro. Il problema è solo quando i cartelli rivali ci portano la guerra in casa. Una volta hanno fatto un massacro. E ovviamente l’abbiamo ricambiato con gli interessi. A volte penso che dovremmo imparare dagli italiani che dopo essersi ammazzati tra loro per anni, hanno trovato il modo di convivere e trarne tutti vantaggio. Ma forse è solo questione di tempo. Sono equilibri che si trovano un po’ alla volta.

La mia carriere è simile a tante altre, iniziata sulle strade del mio quartiere, dentro le bande di ragazzini dove impari a farti rispettare e buona parte delle regole che ti serviranno nella vita. Impari a vincere la tua paura terrorizzando gli altri, a prenderti quello che non hai, usando la forza. La tua forza, o quella del gruppo di cui fai parte.

Ovviamente di lavoro da noi ce n’è in abbondanza. Nessuna crisi, il mercato è sempre in crescita, e poi ci sono tante perdite tra quelli che muoiono e quelli che finiscono in galere. Servono sempre energie nuove, non hai che da metterti in contatto con noi.