Pane Amore e Sophia : Riconoscere l’oppressione

dalla RubricaPane Amore e Sophia di Melissa Vallesi

Riconoscere l’oppressione.

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L’oppressione può essere vista come la schiavitù dell’individuo abbandonato ad una collettività cieca, incapace di pensare.

Se viviamo in mondo dove nulla è a misura dell’umano, dove vi è una sproporzione mostruosa tra il corpo dell’uomo, tra il suo spirito e le cose che costituiscono attualmente gli elementi della vita umanitaria, allora sperimentiamo l’impotenza e l’angoscia.

Riprendendo le parole di Simone Weil: “La società è diventata una macchina per comprimere il cuore” e per fabbricare l’incoscienza, la stupidità, la corruzione, la disonestà e soprattutto la vertigine del caos.

Oppressione

Nella storia umana la Weil rintraccia tre principali forme di oppressione:

  1. a) la schiavitù esercitata in nome della forza
  2. b) l’asservimento in nome della ricchezza trasformata in capitale
  3. c) l’oppressione esercitata in nome della funzione, frutto maturo del lavoro frantumato tipico del Capitalismo.

Lasciare a se stessa la materia sociale significa produrre altre schiavitù. La critica deve essere rivolta anche ai movimenti che assumono una sorta di fatalismo e di disinteresse nei confronti di chi al momento soffre, aspettando che una felice catastrofe porti un capovolgimento della società in cui “gli ultimi saranno i primi “.

Di fronte a tali forme di oppressione, credo sia importante cogliere l’invito della Weil a fare appello ad un obbligo eterno: quello verso l’essere umano in quanto tale.

Non possiamo essere oggetti l’uno per l’altro. La morte di un africano non può valer meno della morte di un americano.

In quest’ottica, la guerra è una prova della miseria umana, dei limiti dell’essere umano.

Nella guerra emerge una Forza che domina l’anima dell’uomo e la incatena al suo destino immodificabile, poiché tra chi è in grado di infliggere la morte credendosi con ciò libero, e chi invece subisce la morte non vi è differenza.

Da questo punto di vista, la parola rivoluzione assume un significato molto profondo e diverso da ciò che di primo acchito possiamo pensare: essere rivoluzionari significa invocare coi propri desideri e aiutare con le proprie azioni tutto ciò che può, direttamente o indirettamente, alleggerire o sollevare il peso che schiaccia la massa degli uomini senza cadere nella miseria della guerra e nell’illusione che il più forte non subisca anch’esso la violenza.

Concludo con le sue parole: “La funzione propria dell’intelligenza esige una libertà totale, che implica il diritto di negare tutto, senza nulla dominare. Dovunque essa usurpa un comando, si verifica un eccesso di individualismo. Dovunque si senta a disagio, c’è una collettività oppressiva”2.

 

Fonti

  1. Simone Weil, Attesa di Dio, Rusconi, 1972
  2. Simone Weil, Opposizione e libertà

 

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