Racconto ae – La casa dei ricordi (cap. 7)

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Non era stato facile raggiungere la porta. Valentina aveva dovuto ricavarsi un sentiero spostando rami e sterpaglie.

La vecchia chiave di ferro era ossidata e leggermente incurvata. Il chiavistello sul portone di legno non se la passava meglio. Tanto che Valentina rimase stupita di come il meccanismo funzionasse ancora alla perfezione. Due giri, due scatti. Il suono le strinse il cuore. Uno di quei rumori capaci di strapparti dalla realtà e lanciarti decenni indietro nel tempo. Vibrazioni che avviano filmati in bianco e nero, con il mondo ripreso dal basso, ad altezza dello sguardo di bambina.

Altre immagini e altri brividi vennero dal rumore successivo: il cigolio dei cardini arrugginiti.

La lama di luce si aprì sul pavimento di pietre e sulle pareti mentre le sensazioni sonore lasciavano il posto all’olfatto. Valentina si aspettava l’acre odore della muffa, invece l’avvolse una piacevole sensazione di fresco, e poi altri odori antichi, immaginati, eppure così reali. Il pane bagnato nel latte caldo, il sugo che cuoceva a fuoco lento per ore, la naftalina delle vesti scure di nonna Elisa. Alla parete, su un mobiletto di legno bianco, il piccolo schermo della televisione. Sulla mensola dello stesso mobile una scatola grigia, con un pulsante nero. Quando nonna preme il pulsante ne esce uno strano rumore, una specie di sibilo. Per alcuni secondi pare che non succeda nulla, ma poi, al centro dello schermo compare un punto bianco che si allarga sulla scena di un film di Sergio Leone.

Sulla mensola del camino barattoli di vetro. Per lo più sfocati. Tranne uno, ben delineato. Contiene caramelle alla panna e Galatine.

E questo ronzio? Zanzare. Non sono tigrate, ma piccole come moscerini. Valentina non le sopporta. Ha una specie di allergia, e ogni puntura si gonfia come una pallina. Mamma ha delle pomate, ma non fanno un grande effetto.

Poi tornò il presente e tutto svanì. Tutto tranne l’odore del pane bagnato nel latte caldo. E neanche il sapore. Ce l’aveva in bocca, reale come se l’avesse appena mangiato.

Nel corso degli anni le era capitato altre volte il pensiero di visitare quella casa. Per vari motivi non lo aveva mai fatto. Troppi impegni di lavoro, e poi, nel tempo libero, aveva preferito fare altro, scegliendo mete lontane.

Ma ora tutto stava cambiando. Aveva lasciato il lavoro e deciso di prendersi un periodo per sé, per capire cosa davvero contasse. La prima passeggiata l’aveva fatta a Monte Giove, con uno zainetto in spalla. All’ombra di una quercia si era fermata per una merenda. Aveva con sé un quaderno. Scrivere l’aveva sempre aiutata a riflettere, a mettere in ordine i pensieri. Avrebbe compilato un elenco su cosa fare in quella specie di mese sabbatico e il ricordo della casa dei nonni si era presentato senza alcun collegamento logico con il flusso dei sui pensieri. Come se ne stesse lì da sempre, in un angolo, in attesa del suo momento.

Consegnandole la chiave, Anna si era raccomandata di fare attenzione. Anche lei non andava da anni nella casa in cui era nata. Immaginava travi pericolanti e pareti diroccate. In effetti, la casa non era messa bene, ma meglio di come Valentina se l’aspettava. Il tetto era integro. Qualche vetro rotto e persiane sconnesse. Polvere su polvere. Ma il tutto dava l’impressione di una antica solidità. Le pietre erano state posate con sapienza l’una sull’altra, e persino l’intonaco in terra cruda aveva retto al passare delle lune.

C’erano ancora alcuni mobili. Una madia che aveva perso gli sportelli. Un tavolo tarlato. Una credenza ricavata da una nicchia sul muro. Dentro, vecchie bottiglie marroni della birra. Perfette per preparare la passata di pomodoro. Un paio di sedie. Sotto la finestra un lavabo di pietra. La canna fumaria del camino era crollata, portandosi via la mensola, quella del barattolo delle caramelle. Ma il barattolo in mezzo alle macerie non c’era. C’erano invece gli attrezzi per governare il fuoco: una vecchia paletta in ferro, l’attizzatoio, e una ventola costruita con le penne di un tacchino.

Dapprima fu un’idea confusa. Poi altri pensieri vennero ad aggiungersi, come a comporre un puzzle. E nella testa di Valentina iniziò la battaglia che contrappone le parti di ogni cervello al momento di valutare. Angeli e demoni in lotta. Saggezza e follia in disputa costante.

Per un po’ lasciò libero sfogo agli eserciti sul campo di battaglia. Poi tirò fuori dallo zaino il telefono.

“Ciao Ramona, ti disturbo? Hai 10 minuti per un caffè stasera? Mi è venuta in mente una cosa e vorrei chiederti un consiglio?

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