Rileggere Alexander Langer ai tempi del virus.

di Mauro Bozzetti – Professore di Filosofia Università di Urbino
Fondazione Alexander Langer – Ass. La Lupus in Fabula

Alexander Langer

La crisi virale che ci ha investito sembra avere un doppio rapporto con la natura. Per un verso inerisce a un habitat fortemente condizionato e compromesso dall’agire umano e dall’economia d’assalto dei nostri tempi. Dall’altro riguarda la costituzione del nostro essere: siamo parte di un equilibrio naturale estremamente fragile, e i quasi otto miliardi di soggetti della nostra specie rappresentano un fattore a rischio endemico oggettivo.

Molte voci si sono levate per denunciare non tanto la malignità della natura, quanto le colpe del nostro tenore di vita, lasciando così prefigurare la legittimità di un atto vendicativo da parte del virus contro l’unica specie che tende a modellare e a sfruttare indiscriminatamente la terra, senza curarsi delle ferite inflitte all’equilibrio millenario dei cicli naturali.

I grandi inquinatori del mondo, le industrie petrolifere, automobilistiche, militari, chimiche eccetera, sembrano spariti dalla circolazione. C’è chi dice che anche la morte economica dovrebbe essere messa sulla bilancia dei problemi suscitati dalla crisi. Ma nessuno afferma che bisogna privilegiare il mantenimento della produttività e dello sfruttamento naturale a rischio della salute pubblica.

Alexander Langer, viaggiatore leggero, costruttore di ponti, deputato al parlamento europeo, è stato fra i pochi a testimoniare l’esigenza di un cambiamento di rotta, di una conversione ecologica che mai come in questo momento potrebbe illuminare la nostra riflessione. Drammi ambientali, disuguaglianze sociali e scelte politiche sono per Langer concatenati fra loro, e le risposte alle tante crisi a venire delle vere scommesse epocali. Vogliamo veramente continuare a vivere così? Il debito ecologico che abbiamo contratto con la terra, oltre che con i popoli terzi, non ci si sta rivolgendo contro?

Le ricerche congiunte della Società italiana di Medicina Ambientale e dei laboratori dell’Università di Bologna e di Bari, sembrano dimostrare un rapporto causale fra manifestazione di epidemie e contaminazione ambientale. L’inquinamento del pianeta causato dal nostro cattivo stile di vita rappresenta infatti una seria minaccia per gli ecosistemi e la biodiversità. Secondo l’ipotesi plausibile di questo studio l’inquinamento e le polveri sottili rappresentano un vettore di trasporto per il propagarsi del virus. Mettere mano alle cause ambientali vuol dire attrezzarsi anche per affrontare le pandemie virali.

Già nel ‘94 Langer denunciava il bisogno di una svolta, di una correzione di rotta del nostro modello di sviluppo verso una civiltà ecologicamente sostenibile. Di trasformare il motto olimpico “citius, altius, fortius”, che rappresenta ancora lo spirito della nostra civiltà, in una concezione diversa e alternativa, cioè “lentius, profundis, suavius”. Trasformare la società del “di più” in quella del “può bastare”, o del “forse è già troppo”. E si tratta di sentimenti e parole d’ordine che oggi in molti, caduti nella necessità, sentono come vere, ma che forse non riusciremo ad avere la forza di perseguire una volta superata l’emergenza.

Ecco perché Langer parlava della desiderabilità sociale della conversione ecologica ancor prima che lo facesse papa Francesco nella sua enciclica. La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile. Non sarà la paura della catastrofe, tematica a cui Jonas attribuiva invece molta importanza, a smuovere le coscienze, ma la percezione concreta che ne va del nostro benessere, che finalmente l’ideale della felicità può trovare un senso comune. Si tratta ovviamente di volerlo. Di abbandonare un sistema economico neoliberista basato sul mercato e sulla deregolamentazione, sulla produzione infinita di oggetti industriali e rigettare il terribile binomio fatto di consumatori ebeti (noi) che favoriscono uno sviluppo miope, pericoloso e profondamente ingiusto.

La futura politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove (forse antiche, dice Langer) convinzioni culturali elaborate “al di fuori della politica”, che siano fondate su basi religiose, su un discorso etico aperto alla creatività del sociale, che rivaluti il primato estetico e la solidità storica delle tradizioni.

Quello di cui abbiamo bisogno è un passaggio rituale che abbia i caratteri della solennità, che potremmo chiamare una “Costituente ecologica”, un impegno generale a rivedere i nostri modi di vivere, di produrre, di consumare in modo da renderli compatibili con il mondo limitato in cui viviamo. Se sarà il virus a spingere l’umanità verso la semplicità, a convincerci della follia e della miseria spirituale in cui siamo finiti, è cosa che presto potremo verificare. Ma “se non si arriverà a dare un solido fondamento alla necessaria decisione di conversione ecologica, nessun singolo provvedimento sarà abbastanza forte da opporsi all’apparente convenienza che l’economia della crescita e dei consumi di massa sembra offrire”; dice conclusivamente Langer. E si tratta di un messaggio, che oggi più che mai, andrebbe accolto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.