Ritrovare un equilibrio tra presenza umana e territorio, e tra generazioni

di Gabriele Darpetti

Una breve riflessione attorno a due domande. La prima: possiamo pensare di preservare tutto il nostro meraviglioso territorio senza una adeguata presenza umana? La seconda: possiamo pensare di riprogettare il futuro (dopo questo tempo “sospeso” a causa del coronavirus) senza ascoltare di più e meglio i nostri giovani?

Rispetto alla prima domanda mi sorgono due riflessioni: una sullo spopolamento dei territori interni a favore di una concentrazione verso le città costiere, l’altra sulla demografia.

Sullo spopolamento dei territori interni, sicuramente più belli ma anche più disagiati come viabilità e servizi, a favore di una sempre maggiore urbanizzazione di città sempre più invivibili, caotiche e inquinate, occorre sviluppare una nuova coscienza collettiva (per poi far seguire politiche pubbliche) che ogni territorio merita di essere vissuto e abitato al fine di alimentare il benessere psico-fisico di ciascuno e di tutti.

A parte la banale e ovvia considerazione che le misure di “distanziamento sociale” che ci chiedono per combattere questa pandemia (ma che valgono per ogni possibile epidemia) sono più facili da adottare nei territori meno densamente popolati rispetto alle città, la cura del territorio in ogni sua dimensione e latitudine, preserva gli eco-sistemi, quindi la salute del pianeta, e del genere umano.

Riguardo alla demografia occorre considerare che il declino e l’invecchiamento di una popolazione che non fa figli, più difficilmente reagisce, anche in termini di immunità, ad attacchi patogeni esterni rispetto ad una popolazione con il giusto mix di bambini, adulti, anziani.

La riduzione delle nascite nel nostro Paese, e anche nel resto d’Europa, determina uno squilibrio strutturale tra le varie fasce della popolazione con conseguenze sociali negative: più difficoltà per il sistema sanitario, meno risorse sul sistema educativo e scolastico, meno innovazione a tutti i livelli. Da situazioni del genere, poi, i giovani tendono a fuggire, ed è sotto gli occhi di tutti la quantità di giovani che dal nostro Paese hanno deciso di trasferirsi altrove (io ne ho un’esperienza diretta), impoverendo ulteriormente la vivacità culturale dei territori. Per non parlare della diminuzione delle persone in età lavorativa rispetto a coloro che usufruiscono dei vari sistemi di welfare, e quindi dell’insostenibilità economica progressiva di questi ultimi.

Può sembrare una affermazione azzardata, ma la salute del pianeta dipende anche dal giusto mix tra le fasce della popolazione, e il declino della natalità nei paesi occidentali va presa come una priorità di cui dovremo occuparci tutti.

Nell’immediato, abbiamo però anche un’altra situazione da affrontare come priorità: ascoltare di più e rendere protagonisti i giovani.

La generale maggiore sensibilità dei giovani verso la salute del pianeta è un fatto. Su questo fatto va ricostruita una visione del futuro. I giovani possono meglio capire la complessità del mondo in cui viviamo, perchè l’abitano più di noi adulti. I giovani potranno essere soggetti attivi di quell’economia circolare che dovrà essere realizzata per salvare il pianeta. I giovani non sono, forse non tutti, ancora schiavi della teoria della necessità di una sempre maggiore produzione e di sempre maggiori consumi come fattore unico di crescita. E soprattutto i giovani hanno ancora dei sogni, ed è compito della generazione degli adulti mettere al loro servizio competenze e risorse per consentirgli di realizzarli in piena libertà e con il diritto di sbagliare.

Sapremo aiutare le nuove generazioni a non pregiudicare il futuro di questo pianeta come purtroppo abbiamo fatto noi adulti? Questa è la sfida che ci attende.

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